Quello che il caffè non può fare



Il caffè del lunedì dovrebbe rimetterci in moto. Lo prepariamo con gli occhi ancora assonnati, stringiamo la tazza tra le mani e aspettiamo che il primo sorso ci restituisca un po’ di energia. Gli affidiamo un incarico considerevole, per essere soltanto un caffè.

Eppure, spesso, la settimana comincia con una sensazione di pesantezza. Il weekend è passato, ma la stanchezza è ancora qui. Abbiamo dormito un po’ di più, forse cambiato aria, e tuttavia non ci sentiamo pronti.

È come aver appoggiato una borsa per due giorni senza averla mai svuotata. Quando la riprendiamo, pesa esattamente come prima.



Due giorni, troppe promesse

Forse il fine settimana è stato pieno di tutto ciò che nei giorni precedenti non aveva trovato spazio: la spesa, la casa, gli affetti, le incombenze. Oppure ci siamo fermati, ma i pensieri hanno continuato a lavorare. Loro non sembrano particolarmente sensibili alla distinzione tra venerdì e domenica.

Così, il lunedì, alla fatica si aggiunge un piccolo rimprovero: “dovrei essere riposato, dovrei avere voglia di ricominciare.”

Anche il riposo, allora, sembra dover dimostrare di essere servito. Gli abbiamo concesso due giorni; adesso pretendiamo che ci restituisca efficienti.

Ma possiamo davvero chiedere a un weekend di compensare un modo di vivere che ci lascia continuamente senza fiato?

Il guardiano ha la nostra voce

Nel brano da cui nasce questa riflessione, il pensiero del filosofo coreano-tedesco Byung-Chul Han illumina proprio questo passaggio. Nella sua lettura della “società della prestazione”, la pressione a produrre non arriva soltanto dall’esterno: siamo noi stessi a interiorizzarla, a trasformarla in una richiesta continua.

L’autosfruttamento diventa così più efficace dello sfruttamento esercitato da altri, perché porta con sé una sensazione illusoria di libertà. Crediamo di scegliere, mentre la possibilità di fare di più diventa un obbligo.

Il soggetto della prestazione è, in questa prospettiva, contemporaneamente vittima e carnefice: si spinge oltre, si giudica, si punisce quando non raggiunge ciò che pretende da sé.

Una gabbia senza sbarre. Il guardiano è dentro di noi.

E ha modi sorprendentemente gentili: «Potresti approfittarne per portarti avanti». Noi apriamo il computer. Solo dieci minuti, naturalmente.

Quando il desiderio diventa debito

Non c’è niente di sbagliato nell’amare il proprio lavoro, nel coltivare un progetto, nel desiderare di crescere. Alcune fatiche ci corrispondono: le scegliamo perché sentiamo che hanno un senso.

La questione cambia quando fermarci ci fa sentire in colpa. Quando ogni risultato, invece di darci soddisfazione, alza immediatamente l’asticella. Quando essere capaci diventa una ragione per dover essere sempre disponibili.

Sto continuando perché lo desidero, oppure perché temo di non essere abbastanza?

Non sempre la risposta è netta. Passione e paura possono abitare lo stesso gesto. Riconoscerlo non svaluta il nostro impegno: ci permette di ascoltarne anche il costo.

Il peso ha una storia

Sarebbe però ingiusto ricondurre tutta la stanchezza a una voce interiore. Le richieste esterne esistono: scadenze, carichi eccessivi, responsabilità di cura, necessità economiche.

Non tutti possono rallentare con la stessa libertà. Per qualcuno dire «oggi basta» è una possibilità concreta; per altri mette a rischio qualcosa di essenziale.

Per questo, parlare di autosfruttamento non dovrebbe diventare un altro modo di colpevolizzarci. Non siamo responsabili da soli di ogni peso che portiamo.

Possiamo interrogarci sul nostro guardiano senza dimenticare gli ambienti, le aspettative e le esperienze che gli hanno insegnato a parlare.

Senza dover meritare il posto

La prestazione può insinuarsi anche nelle relazioni. Vorremmo essere partner attenti, genitori pazienti, amici presenti. Finiamo talvolta per offrire disponibilità quando avremmo bisogno di ricevere aiuto.

Diciamo «ci penso io» quasi automaticamente. Poi ci domandiamo perché siamo così stanchi.

Forse crescere comprende anche la possibilità di rendere visibile questa contraddizione. Dire: «Ci tengo, ma oggi faccio fatica». Restare in relazione senza dover dimostrare continuamente quanto siamo utili.

Non significa sottrarsi alla responsabilità. Significa cercare un modo di esserci che non richieda di sparire da noi stessi.

Una settimana ancora aperta

Il caffè, intanto, si è raffreddato. Possiamo berlo senza pretendere che risolva tutto.

Questo lunedì non ha bisogno di diventare un nuovo progetto di miglioramento. Sarebbe curioso aggiungere «smettere di performare» all’elenco delle cose da fare perfettamente.

Può essere un momento di ascolto, prima della prossima richiesta.

Se queste parole incontrano qualcosa che stai vivendo, scrivimi. Mi farà piacere conoscere la tua esperienza, anche senza conclusioni o risposte pronte.

E se per un momento non dovessimo dimostrare nulla, che cosa sceglieremmo davvero di fare del nostro tempo? Se ti vuoi fermare un attimo proviamo a capirlo insieme.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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