Grazie, benefattore. Ma preferirei avere dei diritti.

C’è una differenza tra ricevere una cura perché ci spetta e riceverla perché qualcuno è stato generoso. Nella seconda situazione, oltre alla cura, dobbiamo procurarci un benefattore.

Hands exchange a gift labeled charity and solidarity beside justice imagery; text reads: “IL DONO È PREZIOSO. MA NON PUÒ PRENDERE IL POSTO DEI DIRITTI.”
A symbolic gift of charity meets the enduring institutions and principles of social rights.

Immaginiamo di dover prenotare una visita e di sentirci rispondere: «Il servizio al momento non è disponibile, ma stiamo cercando una persona di buon cuore».

Oppure di iscrivere un figlio a scuola e ricevere, insieme ai moduli, un suggerimento: «Se conosce un miliardario sensibile all’istruzione, ci faccia sapere».

Sarebbe una caricatura. La mia preoccupazione è che finiamo per trovarla ragionevole.

Quando ci abituiamo a vedere la generosità privata come risposta alle carenze pubbliche, rischiamo di non chiederci più perché un servizio essenziale debba aspettare una donazione. Ci concentriamo sulla buona notizia: qualcuno ha pagato.

E chi doveva garantire quel servizio può unirsi all’applauso. Magari dalla prima fila.

Una donazione può fare molto bene. Può rendere possibile qualcosa che serve davvero. Non occorre negarlo, né attribuire intenzioni oscure a chiunque apra il portafoglio.

Ma il bene prodotto da un gesto non risolve la questione del potere.

Chi dona sceglie dove intervenire, quanto dare, a chi rivolgersi. Può preferire una causa, un territorio, un progetto. Può continuare oppure smettere. È denaro suo: la scelta è sua.

Ed è proprio qui il problema, quando da quella scelta dipendono bisogni che dovrebbero trovare una risposta pubblica.

La persona che aspetta una cura non dovrebbe aver bisogno che la propria malattia incontri il gusto filantropico del momento. Né una scuola dovrebbe augurarsi di risultare abbastanza interessante da meritare attenzione.

I diritti, purtroppo, hanno un difetto di comunicazione: sono meno fotogenici di un assegno gigante.

Siamo molto bravi a celebrare il benefattore. La cifra, la cerimonia, la fotografia, il ringraziamento. Tutto legittimo.

Vorrei però lasciare un posto anche a una domanda poco adatta alle cerimonie:

Non per rovinare la festa, ma per capire che cosa stiamo festeggiando. Un aiuto in più oppure il salvataggio di qualcosa che avremmo dovuto poter pretendere?

Da cittadina posso chiedere conto di una scelta pubblica, contestarla, organizzarmi con altri per cambiarla. Davanti a un benefattore, invece, il copione suggerisce soprattutto una battuta: «Grazie».

E se faccio una domanda, rischio di sembrare ingrata.

È una posizione scomoda: avere bisogno dell’aiuto e, proprio per questo, sentirsi meno liberi di discutere le condizioni in cui arriva.

È qui che penso alle priorità dei governi, alle guerre sostenute, al riarmo presentato come necessario.

Mi colpisce il contrasto tra la determinazione con cui si parla di sicurezza militare e la rassegnazione con cui, troppo spesso, accogliamo le difficoltà della sanità e della scuola pubbliche.

Per alcune spese sembra doveroso trovare una strada. Per altre ci viene chiesto di capire che le risorse sono limitate.

Capiremo. Nel frattempo organizzeremo una cena solidale, una lotteria, un concerto. Perché le persone non possono aspettare che la politica finisca di spiegare.

Ma curarsi e studiare sono anche il modo in cui una società diventa più sicura. Mi piacerebbe che questa idea ricevesse la stessa attenzione riservata agli arsenali.

Il punto della mia critica non è che i ricchi debbano smettere di donare. È che tutti gli altri non debbano dipendere sempre di più dalle loro decisioni.

Se cresce la possibilità di pochi di stabilire quali bisogni riceveranno risposta, mentre diminuisce la capacità dei cittadini di ottenere servizi garantiti, cambia il rapporto di potere.

Possiamo avere benefattori molto generosi e sentirci comunque meno liberi.

Perché la libertà comprende anche poter dire: «Questo mi spetta», senza dover aggiungere: «Se lei è d’accordo».

Faccio volontariato e conosco il valore di esserci. Proprio per questo non voglio che la disponibilità di alcuni diventi l’alibi per sottrarre responsabilità alle istituzioni.

Vorrei uno Stato che non ci chiedesse di sperare nella bontà di qualcuno per accedere a una cura o a una buona istruzione.

Poi ben vengano i doni. Potremo accoglierli con gratitudine, senza consegnare insieme anche la nostra voce.

Grazie, dunque, a chi dona.

Ma per la mia salute e per la scuola dei nostri figli preferirei non dover aspettare che qualcuno si senta particolarmente generoso.

Fermati un momento. Chiediti con sincerità quanto sei libero se ciò di cui hai bisogno dipende dalla generosità di qualcuno. Se puoi rivendicarlo come un diritto o devi sperare di riceverlo come un favore. E se, insieme al ringraziamento, ti senti ancora libero di fare domande.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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