Non sono la mia colpa

Me lo ha detto una volta una detenuta del carcere di Sant’Anna. Non ha detto “testa”.
Ha detto “capa”.
Che è più del pensiero. È il modo in cui ognuno tiene insieme memoria, giudizio, ferite, orgoglio, paura, giustificazioni, condanne.

Ogni testa è un tribunale.

Dentro ognuno di noi c’è un giudice, un imputato, un pubblico ministero, un avvocato difensore. E spesso, nelle relazioni, il processo comincia molto prima che ce ne accorgiamo. Sto imparando molte cose dalle donne detenute del carcere di Sant’Anna. Alcune le sapevo già, forse, ma le sapevo in quel modo astratto in cui sappiamo le cose prima che qualcuno ce le metta davanti con il corpo, con la voce, con la vergogna, con la fatica di ricominciare a nominarsi.

Sto imparando, per esempio, che una persona non coincide mai interamente con il suo reato. Che l’errore, anche quando è grave, anche quando ha conseguenze, anche quando non può essere cancellato, non esaurisce l’identità di chi lo ha commesso. Sto imparando che esiste una differenza immensa tra responsabilità e condanna eterna.

La responsabilità chiede presenza.
Chiede verità.
Chiede il coraggio di guardare ciò che si è fatto, ciò che si è rotto, ciò che non si può più sistemare come prima.

La condanna eterna, invece, immobilizza. Ti inchioda a un punto della tua storia e decide che da lì in poi tu sarai soltanto quello: il tuo gesto peggiore, la tua caduta, la tua colpa, la tua vergogna.

E io, dentro quelle stanze, ascoltando donne che cercano parole nuove per raccontarsi, penso spesso a quanto questa dinamica non riguardi solo il carcere. Riguarda anche le nostre relazioni. I legami più intimi, le amicizie, gli amori, le famiglie e i rapporti professionali.

Perché anche fuori dal carcere esistono tribunali invisibili.
Esistono persone che, dopo essere state ferite, non cercano più la complessità della relazione, ma la conferma della propria sentenza.

Forse il punto più doloroso non è non essere perdonati. Il punto più doloroso è non essere più visti.
Essere ricordati solo nel gesto peggiore.
Essere nominati solo attraverso la ferita causata.
Essere convocati nella memoria dell’altro sempre nello stesso ruolo: quello di chi ha sbagliato.
Ma noi siamo più del nostro errore.
Non per sottrarci alla responsabilità.
Al contrario: proprio perché la responsabilità vera ha bisogno di una persona intera.
Solo una persona intera può dire: “Ho sbagliato.”
Un personaggio, invece, può solo recitare la parte che gli è stata assegnata. E io non voglio vivere come personaggio nella ferita di qualcun altro.
Voglio poter essere responsabile senza essere cancellata.
Voglio poter chiedere scusa senza essere ridotta a colpevole permanente.
Voglio poter riconoscere il dolore dell’altro senza dover negare il mio.
Questa è adultità relazionale.
Non sempre porta alla riconciliazione. A volte porta alla distanza. Ma una distanza onesta è meglio di una vicinanza fondata su una colpa infinita.

Quando non rispondere è l’unica risposta pulita

Ci sono momenti in cui vorremmo spiegare tutto.
Mettere in fila i fatti, ricordare le scuse, nominare i gesti. 
Dire: “Guarda che anch’io.” 
Dire: “Guarda che non è andata solo così.” 
Dire: “Guarda che il tuo dolore non ti rende giudice assoluto della nostra storia.”
E forse avremmo anche ragione. Ma non sempre la ragione merita una risposta.
A volte la risposta serve più a noi che all’altro.   Serve a recuperare il filo della nostra dignità. 
Serve a ricordarci che non siamo solo ciò che l’altro racconta di noi. Una volta fatto questo, possiamo anche tacere.
Non per debolezza. 
Non per paura. 
Non per resa.
Perché abbiamo capito che non tutte le aule di tribunale meritano la nostra presenza. E perché, a un certo punto, la nostra umanità non va più difesa davanti a chi ha deciso di non vederla. Va semplicemente custodita.

La domanda finale

Allora forse, davanti a certe relazioni, la domanda non è più: “Come faccio a farmi capire?”
Ma: “Quanto ancora sono disposta a restare dentro una storia in cui vengo capita solo se resto colpevole?”
E ancora: “Posso lasciare che l’altro abbia la sua versione senza consegnarle la mia identità?”
Io credo di sì.
Non sempre si può riparare una relazione.
A volte si può solo riparare il modo in cui continuiamo ad abitarci dopo che quella relazione si è rotta.
Con meno rabbia.
Con più lucidità.
Con una tristezza pulita.
Con il diritto di dire: “Ho sbagliato, sì.
Ma non sono solo il mio errore.”
E da lì, finalmente, tornare a respirare.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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