Come cambia l’identità professionale nella flow generation

Nei posti di lavoro l’intelligenza artificiale e la tecnologia digitale sono diventati fondamentali. Ma il progresso ci va bene finché non intacca il nostro modo di vivere, finché non mette in crisi le nostre certezze lavorative.

Il problema è che non sempre abbiamo il potere di scegliere. La tecnologia sta cambiando le nostre vite in maniera radicale, e molti di noi, se non la maggior parte, negli anni a venire saranno obbligati a fare sempre meno affidamento sulle strutture corporative e aziendali tradizionali. Questo scenario tende a scatenare due tipi di paure una di tipo finanziario l’altra di tipo identitario. E’ ciò che ci spiegano Nicolò Andreula e Vera Sprothen nel loro libro “Flow generation“, un manuale di sopravvivenza per vite imprevedibili.

Da sempre siamo abituati a identificarci con una carriera che dia un senso alle nostre esistenze. Il lavoro diventa un’estensione della personalità, basti pensare a tutte le volete che conoscendo una persona abbiamo domandato: “cosa fai nella vita?” E quanto la risposta “sono un ingegnere” , ha influito sul nostro modo di guardare l’altro. 

Ma chi siamo senza un lavoro che ci definisce? 

Per la cosiddetta flow generation, i tempi in cui ci si poteva serenamente identificare col proprio lavoro sono finiti. Le carriere sfuggono a definizioni e classificazioni nette. Come sottolineano gli autori, milioni di persone nel mondo occidentale sono già diventate “giocolieri di mestieri” e si stanno abituando a condurre un’esistenza fatta di incastri in cui il proprio reddito è un mosaico composto.

La tecnologia sta promuovendo un tipo di vita lavorativa frammentata e in parallelo sta cambiando anche il modo in cui guardiamo noi stessi. 

La domanda fondamentale non è più “cosa fai?” ma: “in cosa sei brava/o?” 

Il punto è che il lavoro sta cambiando rapidamente e l’ostacolo principale sta dentro di noi. 

Carl Gustav Jung dice che siamo tutti a rischio di restare eccessivamente attaccati all’immagine che abbiamo costruito di noi stessi. Jung chiama questa immagine “persona”, esattamente come il suo significato etimologico “maschera” .

Scegliamo una professione e prima di rendercene conto ci troviamo a cercare di stare al passo con le aspettative di un ruolo che non è quello che uno è veramente, ma quello che egli stesso crede di essere, influenzando gli altri intorno a lui (Jung). 

Il pericolo sta nell’ identificarsi con la persona, come ad esempio il professore con il libro di testo o la cattedra, il tenore con la sua voce, lo psicologo con lo il suo studio.

Si potrebbe dire che la persona è ciò che egli e gli altri credono che sia.

Crediamo di sapere chi siamo e in cosa siamo bravi perché abbiamo studiato una certa materia o perché abbiamo lavorato in un certo ambito per anni. 

Ma le cose stanno cambiando. Tenersi stretti identità professionali ci da sicurezza perché è più facile continuare un percorso tracciato che addentrarsi su sentieri inesplorati. 

Solo che, se non ci guardiamo intorno non cogliamo le opportunità che si presentano in contesti inaspettati. 

Ma per fare ciò è importante fare chiarezza attraverso un percorso di Orientamento per scoprire i propri talenti, valori, aspirazioni, sogni e competenze e tracciare un percorso di vita personale e professionale più in linea con se stessi.

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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