Sorellanza, archetipi e relazione che cura

Quest’anno il Festival della Fiaba di Modena esplorata l’infinita bellezza del sentire umano toccando il tema della GIOIA.

E noi del progetto T-essere, da donna a donna ci siamo chieste se anche la sofferenza possa diventarne un momento.

Ieri sera abbiamo finalmente presentato il progetto narrativo che abbiamo fatto assieme alle donne del carcere S. Anna.

Il risultato è la produzione di un podcadt della fiaba “La fanciulla senza mani”, che sarà a disposizione per tutto il tempo del Festival e che vi consiglio di andare ad ascoltare nell’apposita postazione. Lì troverete uno spazio intimo, delle cuffiette monouso e il tempo per assaporare questo viaggio iniziatico.

Abbiamo scelto questa fiaba della tradizione ben descritta in Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, perché è un viaggio emotivo.

La storia inizia con la mutilazione della propria figlia da parte del padre per un incauto baratto con il diavolo che gli promette delle ricchezze.

La perdita e il tradimento sono i primi passi del lungo processo iniziatico che spinge la fanciulla a rinunciare ad una vita apparentemente agiata, per inoltrarsi nella selva oscura di dantesca memoria e ritrovare la gioia di una vita davvero ricca.

Una vita dove per diventare donna, la fanciulla è disposta a vivere di stenti attraversando mille pericoli.

La narrazione delle fiabe si fa a voce alta e ciò che sentirete sono le reali voci di donne che hanno attraversato tali situazioni.

Come le mie compagne di viaggio e sorelle abbiamo voluto raccontare questa fiaba in un luogo per natura ostile, con timide intenzioni di risanare vite spezzate ma che nei fatti si rivela un vero luogo di sofferenza. A questo punto il nesso con le donne del carcere viene abbastanza facile ma siccome non amiamo le didascalie lascio alla vostra immaginazione le possibili correlazioni!

Nei nostri incontri sono emerse tante considerazioni sui vari personaggi che si incontrano durante il racconto. Ciascuna di noi è protagonista, antagonista, mago e aiutante.

Sembrerà strano ma l’attrazione per la figura del diavolo è stata molto sentita.

Il diavolo, questa forza oscura attratta dall’ingenuità della fanciulla che diviene il suo bersaglio, spesso si presenta in modo seduttivo. Una forza che spesso esercita dentro ciascuna di noi quando non riusciamo a dire di NO pur di essere amate.

E come può difendersi una donna a cui viene tolta la capacità di afferrare, trattenere, aiutare se stessa e gli altri?

Ecco che il viaggio iniziatico del racconto suggerisce di affinare l’intuito della donna selvaggia, quella che sa correre coi lupi e che usando questa profonda risorsa riesce a vivere grazie alla bontà di chi è disposto a sostenerla.

In questa fiaba infatti si incontrano diversi aiutanti: spiriti bianchi, abitanti della selva,

Del resto il sostegno reciproco e la sorellanza sono gli unici segni di vera civiltà. Infatti, come scrisse bene l’antropologa Margaret Mead, il primo segno di civiltà in una cultura antica era un femore rotto e poi guarito.

Perché nel regno animale se ti rompi una gamba, muori. Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso il tempo di stare con colui che è caduto, ne ha bendato la ferita, lo ha portato in un luogo sicuro e lo ha aiutato a riprendersi.

Mead disse che aiutare qualcun altro nelle difficoltà è il punto preciso in cui la civiltà inizia.

Ed è nel gesto di civiltà che ci siamo incontrate e abbiamo voluto raccontare ciò avviene dentro di noi.

Talvolta proprio in condizioni disagevoli che nel tempo di quelle due ore e mezza a settimana ci proiettavano in un tempo diverso.

Il tempo della relazione che cura loro e noi.

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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