La prima volta

C’è una prima volta per tutto: per aprire gli occhi al mondo, per dirigersi verso sentieri inesplorati. Per confrontarsi, per fare l’amore, per smarrirsi, per provare, per inciampare e riprovare.

La prima volta di un bacio prima della campanella interrompe qualcosa di assoluto. La prima volta che si è cittadini perché si esprime il proprio voto.

La prima litigata, la prima delusione, la prima volta che fallisci. La prima volta che ti rialzi.

La prima volta che muori perché la vita ti cambia. La prima volta che saluti un amico sapendo che difficilmente lo rivedrai.

La prima volta che ti accorgi di cosa vuol dire essere liberi perché esistono persone che, scegliendo strade diverse, non lo sono più.

La prima volta che ti senti ascoltata. La prima volta che ti senti realizzata. Amata.

È nell’immensità dell’attesa che si staglia la prima volta. Come panorama sull’esistenza, si manifesta come un eterno inizio. Perché se esistono diverse prime volte, è vero anche che quella precisa e specifica non tornerà. Ci deve essere un valore in questo movimento, una sorta di iniziazione per ciò che accadrà.

È il nostro modo di entrare in contatto con l’esistenza, con gli ambienti, con le relazioni, un imprinting che regola il nostro modo di affacciarci alle cose e di farne esperienza.

La prima volta ci apre al sentimento della meraviglia, un bisogno assoluto per non arrendersi alla banalità dell’ovvio.

Ma lo stupore può essere tremendo quanto inatteso.

Perché la prima volta che rimani completamente sola fa paura. Quindi, la prima volta ci mette in contatto con le ombre, e ci fa scoprire che possiamo attraversare gli ìnferi senza lasciarci intrappolare negli abissi di memorie dolorose, di ferite antiche, che ‘vanno, vengono, ogni tanto si fermano e quando si fermano sono nere come il corvo’[1].

In quei momenti sentiamo la pancia che trema e ci permettiamo di stare con la tristezza, di provare rabbia, piacere. Anche di scegliere. 

Perché per poter stare in questo mondo dove ci sentiamo spesso gettati e al contempo portatori di un potenziale da realizzare, abbiamo dovuto imparare a resistere creandoci i nostri affezionati meccanismi, per poterci difendere in caso di attacco, rifiuto, di abbandono, di inganno.  

Mattone dopo mattone, abbiamo creato una nostra struttura, a volte rigida, a volte più flessibile, che ci ha comunque rassicurato. Siamo vivi grazie alle nostre resistenze, quelle insinuate proprio la prima volta, e siamo arrivati fino a qui e ogni tanto ci concediamo un senso di soddisfazione quando sentiamo che questa resistenza si allenta un po’, per dare spazio a nuovi modi di respirare.

Nella prima volta c’è quell’atto creativo per realizzare ciò che era solo un sogno, dove la relazione con l’esistenza è una danza di contatto e ritiro, di unione e separazione, di approssimarsi e distanziarsi, di vicinanza e lontananza, in un ping-pong vitale dall’ uno all’ altro, dove le piccole e le grandi cose, si susseguono in un ciclo che si apre e si chiude, si ritira e rinasce e da potenza diventano intenzione, poi atto, forma.

Questo è ciò che succede dalla prima volta!

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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