Riflessioni sulla relazione d’aiuto

Credo che ogni professione meriti la propria dignità. È onorevole lavorare, nobilita l’anima e ci inserisce in un contesto sociale fatto di relazioni, obiettivi, responsabilità.

Credo anche che sia un privilegio sceglierlo anche se non sempre è possibile. Esistono due modi per svolgerlo al meglio: fare ciò che si ama o imparare ad amare ciò che si fa.

Ma le professioni che si basano sulla relazione d’aiuto non sono professioni come le altre. Il grado di coinvolgimento emotivo e relazionale, oltre alle competenze specifiche, mettono in gioco aspetti profondi del nostro essere.

La relazione d’aiuto è un tipo particolare di rapporto che richiede altissime capacità relazionali. Ha come fine preservare la dignità della persona attraverso azioni che stimolano il benessere e laddove è possibile, l’autonomia. 

È un tipo di mestiere che si sceglie spesso per aiutare se stessi e solo poi si capisce che l’aiuto dell’altro implica avere una profonda propensione relazione che apre verso l’altro.

Se non esiste un profondo interesse per le storie degli altri sarà difficile fare bene questo mestiere. Ed ogni storia è affascinante come un romanzo.

Quando un professionista della relazione ha acquisito esperienza, metodologia, e ha messo a punto il proprio stile e la propria mentalità, allora può avere spazio e voglia di porsi domande più ampie e più specifiche che riguardano gli interessi e i bisogni della persona inserita nei diversi contesti e nelle diverse fasi della vita.

Noi sappiamo che un’esperienza di cambiamento profondo può essere stimolata da una musica, da un romanzo, da un quadro o da un rapporto terapeutico.

Sappiamo che la vita non ha condizioni di tempo e di spazio ma un’esperienza affascinante può avvenire in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.

Polster[1] afferma che ognuno di noi reagisce in modo significativo quando l’esperienza attuale risponde al bisogno di ritrovare l’interesse per la propria vita, il proprio essere interessante e interessato. Questa risposta nasce da un itinerario di consapevolezza di sé nella relazione e nel mondo.

L’essere interessante e interessato è come una luce-guida da cui tutto può essere illuminato per diventare materiale del romanzo della propria vita.

Fare l’esperienza del fascino della propria vita è possibile quando viviamo nel punto in cui avviene il passaggio dall’ ora al dopo.

È il cogliere questo movimento che ci fa mantenere la freschezza e ci fa sviluppare la storia della nostra vita.

Ma il paradossale risiede nel fatto che l’individuo sia l’ultimo a rendersi conto del dramma della propria esistenza, mentre si meraviglia di fronte alle avventure altrui. È soltanto attraverso la relazione che ci si ri-scopre di volta in volta e attraverso questo movimento, ci si riappropria della propria dignità.


[1] Erving Polster, Ogni vita merita un romanzo. Quando raccontarsi è terapia, Astrolabio, 1988

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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