Sopraffazione e diritto al bilanciamento tra vita e lavoro

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Sempre più persone stanno modificando il proprio stile di vita mettendo al primo posto il lavoro. È emerso in modo evidente con il lockdown ma era già nell’aria con l‘avvento dell’home working.

Il risultato è che il 71 per cento degli italiani risponde ai messaggi inviati al di fuori dell’orario di lavoro, e il 68 per cento lo fa immediatamente (indagine del Randstad Workmonitor).

I sintomi sono evidenti:

  1. maggiore tensione
  2. irritabilità
  3. deterioramento delle relazioni
  4. insonnia
  5. senso di sopraffazione
  6. perdita di motivazione
  7. perdita del ‘senso’ della vita

Eppure esiste una legge (n. 81/2017 regolamentazione dello smart working)
che prevede il diritto alla disconnessione, il diritto per il lavoratore di non essere costantemente reperibile e la libertà di non rispondere alle comunicazioni di lavoro durante il periodo di riposo.

Questa legge cerca di contenere la sindrome da Burnout digitale ma per contrastarlo è fondamentale

definire chiaramente i confini tra vita privata e professionale, e ridurre l’onere del lavoro e il sovraccarico informativo.

Ma cosa tiene le persone continuamente connesse?

Ascoltando alcune persone mi sono accorta che molto spesso spegnere il computer o non rispondere ai messaggi o limitare di stare sui social metta in evidenza un senso di colpa verso i colleghi o verso l’azienda oppure la paura di perdere il lavoro o di non essere considerata una persona “che sta sul pezzo”, oppure la paura di essere stigmatizzati come una ‘pecora nera’.

Altre volte invece, mette in evidenza un vuoto esistenziale in cui la visione di una progettualità futura è pressoché inesistente.

Trovare delle soluzioni  non è semplice e forse neppure immediato.
Certo è che questo tipo di consapevolezza richiede il coraggio  di non conformarsi a quello che una società centrata sulla tecnica promuove come lo stile migliore e il coraggio di ascoltarsi davvero per dare voce non solo ai veri bisogni, ma anche affrontare le proprie preoccupazioni.

Questo tipo di consapevolezza non può venire dalle organizzazioni. Per le imprese è infatti, una pacchia se si pensa che i lavoratori operanti in modalità smart working lavorano in media tre ore in più al giorno diventando dei ‘soldatini’ al servizio della performance!
Ma  sono davvero più produttivi?

Riescono davvero a lavorare con cura?

Per quanto tempo lo potranno fare prima di finire le risorse per cadere nel baratro del burnout?


Quindi che fare?

Molte realtà si stanno interrogando su questo punto. Non tutte, perché nonostante ci siano chiari segnali, non sempre possiedono la ‘grammatica‘ per coglierle e non sempre hanno la sensibilità per prendere veri provvedimenti a riguardo.

Personalmente credo che tutto ciò sia anche da inserire in un contesto in cui lo spettro della pandemia non sia ancora del tutto superato e nonostante tutti i messaggi positivi dell’ “andrà tutto bene!”, rimanga come sottofondo una paura non del tutto elaborata e superata.

Credo anche che la vera rivoluzione possibile sia quella interiore. Perché laddove le imprese non riescono ad arrivare, dovrebbero farlo le singole persone.

Come? Esistono diverse soluzioni e tutte richiedono di intraprendere un percorso che, se pur difficile (lacrime, sudore e sangue) porta alla vera gioia interiore. 

E’ un percorso che difficilmente si riesce a fare in solitudine perché è soltanto attraverso la relazione con l’altro che possiamo notare le nostre lacune, i nostri alibi, le nostre emozioni disfunzionali e i pensieri limitanti.

Purtroppo, la via più semplice è cercare un nemico da combattere fuori, qualcuno con il quale prendersela perché, mettersi in ascolto,

svegliarsi dal torpore dei sonnambuli e decidere della propria vita con coerenza e umiltà (cioè esercitare la propria libertà), non è cosa da tutti.

(immagini di Giulia Rose)

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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