La visione umanistica della mediazione

tratto dal capitolo 8 de “La figura del mediatore e le competenze relazionali”

Sempre più spesso mi viene chiesto di fare dei corsi sulle capacità di trovare un accordo nei diversi contesti. Al di là delle tecniche di mediazione o di negoziazione, l’abilità di trovare l’accordo è una caratteristica del patrimonio umano.

Con i prossimi articoli vi ripropongo i paragrafi tratti dal libro “Mediazione civile e tributaria a confronto” dove ho avuto il piacere di dare un contributo da punto di vista relazionale[1].

***

Solitamente, quando ci si approccia ad un manuale, le aspettative sono volte alla ricerca di categorie che ci aiutino ad individuare, in modo semplice, i passaggi necessari per intraprendere una certa attività. Infatti esistono tantissimi manuali che, in modo semplicistico, cercano di individuare i meccanismi del comportamento umano per darne, non solo una spiegazione lineare, ma anche una lettura che sia il più scientifica possibile, cioè riproducibile.

Il campo del comportamento umano è invece costellato di una miriade di variabili che, a parere di chi scrive, hanno bisogno, per essere osservate, di un approccio che abbracci la complessità, piuttosto che un approccio riduzionistico.

Abbracciare la complessità significa considerare i diversi aspetti dell’essere umano, che talvolta non possono essere ridotti ad una descrizione lineare di causa-effetto.

Comprendere le persone, comprenderne le decisioni e le reazioni in determinati momenti della loro vita, significa saperle osservare ed ascoltare attentamente, anche nel loro linguaggio silenzioso.

Vi sarà capitato di ascoltare un cliente descrivere una certa situazione, magari di disaccordo con un’altra persona. Apparentemente è tutto chiaro e lineare, i fatti sembrano dargli ragione e l’enfasi che trasmette attraverso il tono di voce, sostiene in modo inequivocabile le sue tesi. Quello descritto, però, è il suo punto di vista.

Cercando di ampliare la vostra visione della situazione, decidete di sentire anche la controparte, facendovi descrivere i fatti. Già, i fatti! Ed a questo punto sembra che tutto ciò fino ad ora emerso, assuma sembianze completamente differenti.

Se la mediazione è quell’attività svolta da un terzo imparziale e finalizzata ad assistere due o più soggetti, sia nella ricerca di un accordo amichevole per la composizione di una controversia, sia nella formulazione di una proposta per la risoluzione della stessa, allora diventa necessario adottare uno stile di comportamento che tenga in considerazione il fabbisogno di ogni parte.

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Non dovendo seguire le procedure processuali o del diritto, le competenze relazionali diventano il fulcro della vera attività di mediazione, che affiancate alla professionalità dello stesso mediatore e alla sensibilità nel cogliere le varie sensazioni, gli consentono di concludere l’incarico in armonia.

Quindi, il mediatore, deve, prima di tutto, saper “leggere” le dinamiche ed i processi di comunicazione in funzione degli attori, delle situazioni contingenti e degli obiettivi che entrambi vogliano raggiungere. Il mediatore deve, inoltre, saper gestire l’emotività generata all’interno degli scambi e dei rapporti interpersonali, incanalandola verso interazioni costruttive.

Naturalmente esistono anche quelle situazioni in cui lo spazio di mediazione ed i margini entro cui discutere sono veramente esigui: ma ciò non toglie la necessità della condivisione e di una “transazione di idee”, al fine di assicurare partecipazione e adesione al raggiungimento di un accordo.

Conoscere la natura di certi caratteri e le dinamiche che regolano certe personalità diventa importante, soprattutto quando scaturiscono atteggiamenti aggressivi e antagonistici, in cui prevale “la volontà di potenza” di un soggetto. Questa, infatti, diventa la mina vagante che può esplodere da un momento all’altro, con effetti devastanti.

Possono, tuttavia, essere causa di ulteriore conflitto tutte quelle emozioni negative, quali ansia e rabbia, che vengono proiettate sulla controparte attraverso un comportamento aggressivo e che, in altre circostanze, potrebbero avere come bersaglio la moglie, il marito, i propri genitori, i propri figli, ecc..

L’essere umano è, infatti, un essere proiettivo in cui il mondo diviene lo schermo privilegiato sul quale proiettare la propria visione. L’esito distruttivo di questa azione proiettiva è che la controparte viene identificata come il “nemico interno”, dal quale difendersi attaccando o fuggendo.

Abbiamo già sottolineato come la consapevolezza di ciò che avviene durante la relazione sia la base di un atteggiamento professionale, a partire dalla consapevolezza dei meccanismi che regolano la propria comunicazione e quella dell’interlocutore.

Ma cosa significa comunicare? Cosa significa ascoltare? Quanti tipi di ascolto possediamo? Di che tipo di attitudine si tratta?

Certamente la capacità di esprimere liberamente i propri pensieri, le proprie emozioni, desideri e bisogni sta alla base di una persona sana. Allo stesso tempo, saper ascoltare non è solo indispensabile per comprendere ciò che le persone vogliono dire o ciò di cui hanno bisogno, ma è necessario per costruire relazioni più o meno efficaci ed autentiche, a seconda delle situazioni e degli obiettivi. Partendo dall’assunto che ascoltare ed essere ascoltati è un bisogno dell’essere umano, possiamo affermare che senza ascolto non è possibile entrare in contatto con un mondo diverso dal nostro.

E’ una porta sull’infinito mondo dell’altro, una possibilità di esplorare e creare nuove situazioni di apprendimento e miglioramento.

Entrambe capacità insite nell’essere umano, in quanto essere relazionale, non sono però da dare per scontate. Ed è per questo motivo che, sempre più spesso, si manifesta l’esigenza di comprenderne i meccanismi, per saperli meglio gestire.

 

[1] “Mediazione civile e tributaria a confronto” di Massimiliano Ferrari e Zaira Pagliara ed. ADMAIORA, Roma 2016. Vedi cap. Cap. VIII “Competenze relazionali del mediatore”, pag 331-394

 

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