Un bel film, ma non è l’Odissea



Sono sempre stata affascinata dalle avventure di Ulisse e dei bellissimi personaggi della sua storia. Ho ricontrollato la struttura dei libri, ho verificato la sequenza dei riconoscimenti e il finale, e più confronto il film con l’Odissea di Omero più mi è chiaro un punto: è un film potente, a tratti suggestivo e coerente con la sensibilità moderna, ma non è l’Odissea. Non lo dico per difendere una presunta purezza filologica, ma perché cambiano gli elementi strutturali che danno al poema il suo significato profondo. E quando si modifica l’architettura simbolica di un’opera come l’Odissea, non si sta semplicemente adattando una storia, si sta raccontando qualcos’altro.


Il ritorno come cerchio che si chiude

L’Odissea non è una sequenza di avventure legate da un protagonista carismatico. È un racconto costruito in modo rigoroso, organizzato perché tutto converga verso il nostos, il ritorno, e verso il ristabilimento dell’ordine attraversoun profondo cambiamento.

La prima parte prepara il rientro, la seconda lo compie. E il poema non termina con la strage dei Proci, come spesso si ricorda in modo sommario, ma con la pacificazione. Dopo la vendetta, Ulisse viene riconosciuto da Penelope, poi dal padre Laerte, e quando i parenti dei Proci tentano di riaprire la guerra è Atena a intervenire imponendo la pace. Solo allora il cerchio si chiude. Il ritorno non è completo finché l’ordine politico, familiare e cosmico non viene ricostituito. Nel film, invece, Ulisse abdica e riparte, e questo non è un dettaglio ma un rovesciamento del senso del nostos, perché l’Odissea è la storia di un uomo che torna per restare.


Il talamo radicato: il simbolo della stabilità

Nel Libro XXIII si trova uno dei momenti più densi di tutto il poema. Penelope mette alla prova lo straniero parlando del loro letto, ma quel letto è stato costruito attorno a un ulivo vivo, radicato nella terra, e per questo non può essere spostato. Quando Ulisse reagisce con sdegno all’idea che sia stato mosso, Penelope lo riconosce. Quel talamo non è un dettaglio sentimentale, è il simbolo concreto della radice, della stabilità, della casa che non si muove. È l’immagine di un’identità che resiste al tempo e alla distanza. Nel film Penelope riconosce Ulisse per via di una spilla a lui donata prima di partire. Due cose diverse. Questa sostituzione indebolisce il cuore simbolico del ritorno, perché l’Odissea non è solo il riconoscimento di una cicatrice ma il riconoscimento di una radice, una radice che resiste nonostante tutto.


La genealogia: padre, figlio, nipote

Il poema non si chiude con l’abbraccio tra marito e moglie. Ulisse deve andare dal padre Laerte. L’ultimo riconoscimento è verticale: padre, figlio, nipote. La stirpe si ricompone. Senza questo passaggio, il ritorno resta incompleto, perché Ulisse torna come individuo isolato e non come anello di una genealogia.  La dimensione familiare nell’Odissea non è un contorno emotivo, è parte strutturale del compimento. Ma Laerte in questo film manca e con lui il cerchio non si chiude davvero.


Le figure femminili come alternative di destino

Circe, Calipso e Nausicaa non sono semplici tappe decorative. Tutte hanno la loro personalità e la loro storia. Calipso offre a Ulisse l’immortalità e lui la rifiuta scegliendo la finitezza dell’essere. Vivono insieme sette anni, un tempo che sembra una terapia. Circe trasforma gli uomini in animali e rappresenta il rischio della regressione, della perdita della forma umana; è grazie a lei che Ulisse scende nell’Ade dopo un anno di convivenza. È lei che lo accompagna ad affrontare quell’abisso che spesso porta alla risalita. Non è un elemento banale. Nausicaa, che nel film non c’è, incarna la possibilità di un nuovo inizio, di una vita diversa e accogliente. Ogni volta il ritorno è una scelta contro un’alternativa reale e seducente. Se queste figure vengono ridotte o eliminate, il viaggio perde la sua profondità simbolica e diventa una linea retta priva di vere biforcazioni esistenziali.


L’Ade e il confronto con la perdita

La discesa nell’Ade è uno dei momenti più tragici del poema. Ulisse incontra la madre Anticlea, morta di dolore per la sua assenza, e tenta invano di abbracciarla, ma nel film non c’è. In quella scena il poema afferma una verità decisiva: il ritorno non cancella la perdita. Il tempo trascorso non si recupera. È ancora una volta una donna che lo sprona e lo accompagna.

L’Odissea è anche il racconto di un reduce che deve fare i conti con ciò che non può più salvare. Se questa dimensione viene attenuata, il viaggio perde spessore e si riduce a pura avventura.


“Nessuno”: perdere il nome per sopravvivere

Quando Ulisse si presenta a Polifemo come “Nessuno”, non compie soltanto un atto di astuzia. Un punto che attendevo ma che mi sono sorpresa di non trovare. Sospendere il proprio nome, rinunciare all’identità eroica per sopravvivere, ecco cosa dice Omero. Poi, però, l’uomo non resiste al bisogno di gloria e rivela chi è davvero, attirando su di sé l’ira di Poseidone.

L’Odissea è anche il percorso di un uomo che oscilla tra anonimato e fama, tra sopravvivenza e orgoglio. Se questo passaggio viene ridotto a semplice espediente narrativo, si perde la tensione profonda che attraversa un personaggio con una personalità complessa.


Atena e l’ordine del mondo

Nel finale del poema la vendetta non è l’ultima parola. I parenti dei Proci vogliono continuare la guerra, ma è Atena a intervenire e imporre la pace. Questo significa che nell’Odissea esiste un ordine superiore che può essere ristabilito.

Atena nel film appare come la voce della coscienza dell’eroe. Ma la giustizia non è solo una questione psicologica. È cosmica e politica insieme. Se questa dimensione viene interiorizzata o eliminata, cambia radicalmente la visione del mondo proposta dall’opera, e resta solo l’inquietudine individuale di un reduce di guerra.

Partire non è fuggire

La profezia di Tiresia annuncia che Ulisse, dopo il ritorno, dovrà ripartire con un remo verso una terra che non conosce il mare, ma quella partenza è un atto di espiazione rituale, non un abbandono del trono. Ulisse resta re, resta a Itaca, resta dentro l’ordine che ha riconquistato. Nel film, invece, la partenza assume il senso di un congedo definitivo, come se il ritorno non potesse mai compiersi del tutto. Sì, nel film Ulisse riparte, riparte ma lo fa con Penelope abdicando in nome di Telemaco. Un gesto intenso che passa il testimone al figlio ma che assume un altro significato.

Restare

Qui sta la differenza fondamentale. L’Odissea è un cerchio che si chiude.

Si parte, si attraversa il caos, si ritorna, si resta cambiati. Il film racconta un’altra idea, più moderna e forse più vicina alla nostra sensibilità: la ferita non si chiude, l’eroe non può fermarsi, l’ordine è fragile, la casa non basta. È una visione legittima, ma è un’altra visione.

Per questo continuo a pensarlo: è un bel film, ma non è l’Odissea. Perché l’Odissea finisce con un uomo che resta ed è cambiato. Non con un uomo che riparte verso l’orizzonte alla ricerca di altre avventure.


Chiudere i cerchi: maturazione o distruzione?

Forse il punto più interessante, alla fine, non è stabilire se Ulisse resti o riparta, ma capire *che tipo di uomo* torna.

Nell’Odissea il ritorno non è un ripristino ingenuo dell’ordine iniziale. Ulisse non è lo stesso uomo che era partito per Troia. Le peripezie lo hanno trasformato interiormente. Ha conosciuto la guerra, l’errore, la perdita, la tentazione dell’oblio, il confronto con la morte. Ha visto i suoi compagni morire uno dopo l’altro. Ha attraversato il disordine del mondo.

Ma da questo attraversamento non esce distrutto: esce maturato.

Se nell’Iliade era ancora, per molti aspetti, un eroe della competizione e dell’orgoglio, nell’Odissea diventa un uomo della misura, dell’attesa, della strategia, del controllo di sé. Impara a tacere, a nascondersi, a sopportare. Impara che la forza non basta. Impara che per costruire il proprio potere non basta l’astuzia ma serve la  saggezza di Atena.

È cambiato, sì. Ma è un cambiamento che conduce a una forma di integrazione. A una ricomposizione.

Nel film, invece, vediamo un’altra figura: un uomo spezzato. Un reduce di guerra che porta dentro una frattura insanabile. Più vicino, per sensibilità, ai reduci del Vietnam che tornavano incapaci di reinserirsi nella vita civile. È un Ulisse che non sembra aver trasformato l’esperienza in sapienza, ma averla subita come trauma permanente.

Ed è qui che emerge la differenza più profonda.

Nell’Odissea il viaggio produce maturazione. 
Nel film il viaggio produce lacerazione.

Nel poema, l’eroe torna cambiato ma capace di ristabilire la pace. Non solo nella propria casa, ma nella comunità. La pace non è solo privata, è politica. È collettiva. È l’interruzione della spirale di violenza. Chiudere il cerchio significa impedire che la guerra continui sotto altre forme.

Nel film, invece, il cerchio non si chiude davvero. E proprio per questo il personaggio non appare risolto. Rimane sospeso, inquieto, irriconciliato. La partenza finale ha il sapore della ricerca di qualcosa di nuovo, una nuova conquista più che di un compimento.

Ed è per questo che, a mio avviso, è così importante che nell’Odissea i cerchi si chiudano.

Non perché la vita sia semplice. 
Non perché il dolore venga cancellato. 
Ma perché la maturità consiste proprio nel trasformare l’esperienza in ordine, non nel restarne prigionieri.

Chiudere un cerchio non significa tornare indietro. 
Significa integrare ciò che è accaduto.

Ulisse non torna com’era. 
Torna capace di restare.

Ed è una differenza enorme.

Imparare a chiudere i cerchi significa ricucire le ferite e da lì restituirsi un’altra ipotesi di sé.

Se senti il bisogno di riscrivere la tua storia attraverso un confronto professionale scrivimi. Ti aiuterò ad attraversare le tue odisee quotidiane.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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