
Immagino una piazza.
Non una piazza monumentale.
Una piazza di pietra, piccola, con una fontana al centro e le persiane socchiuse.
È mattina presto.
C’è odore di pane caldo.
Una voce chiama un bambino in una lingua che non riconosco.
Un anziano osserva in silenzio dalla panchina.
Un ragazzo sistema gli attrezzi davanti a una bottega appena riaperta.
Quella piazza non è piena.
È viva.
E la differenza tra “piena” e “viva” è tutta qui.
Per anni abbiamo guardato i nostri borghi svuotarsi.
Case chiuse. Scuole accorpate. Campane che suonano per pochi.
Li abbiamo chiamati “paesi che muoiono”, quasi fosse un destino naturale.
Ma nulla che riguarda le comunità è naturale.
È sempre una scelta.

Il fenomeno migratorio è parte della storia umana. È movimento, è attraversamento, è ricerca di futuro. Anche noi italiani siamo figli di migrazioni antiche e di partenze recenti. Eppure oggi fatichiamo a riconoscere negli altri ciò che siamo stati noi.
Come formatrice e counselor ho imparato una cosa essenziale:
nessuna persona coincide con la sua fragilità.
Ogni essere umano porta risorse, competenze, storie, possibilità.
Molti migranti sono artigiani, coltivatori, muratori. Portano mani che sanno fare. Portano resilienza. Portano desiderio di stabilità. E noi abbiamo territori che chiedono cura.

La vera domanda non è “come fermarli”.
La vera domanda è: come possiamo incontrarci?
Il modello Riace è stato questo: un incontro.
Non perfetto. Non semplice. Ma reale.
Un paese quasi abbandonato che ha scelto di vedere risorse dove altri vedevano solo problemi.
Credo nell’equità come azione che crea possibilità reali.
Significa non lasciare che un borgo muoia mentre altrove qualcuno cerca una casa.
Significa scegliere dove investire le nostre energie e le nostre risorse.
Possiamo investire in muri simbolici.
Oppure possiamo investire in piazze che tornano a respirare.
Io continuo a immaginare quella piazza.
Non come utopia, ma come progetto.
Perché la vitalità non nasce dalla chiusura.
Nasce dall’incontro.
