L’abisso che ci riguarda

Ogni giorno, in carcere, c’è un gesto semplice: accendere la televisione. Le notizie scorrono rapide, quasi sempre lontane.

Questa volta no. 
Questa volta il nome è quello di una compagna. Una presenza conosciuta nei corridoi, nei laboratori, nei tempi lenti della detenzione.

In sezione cala un silenzio diverso. Non è indifferenza. È lo smarrimento di chi sente che quella frattura riguarda tutti. Perché quando accade un fatto così grave non esistono solo una vittima e un’autrice di reato. Esiste una comunità intera che si scopre ferita.

La giustizia penale farà il suo corso, ed è necessario. Ma c’è un livello più profondo che merita di essere attraversato: quello dell’abisso che si apre quando una vita viene spezzata e un’altra precipita nel reato.

L’abisso della vittima è il più evidente. È la perdita irreversibile, il dolore dei familiari, l’assenza che non si colma. È una ferita che attraversa affetti, legami, quartieri, memoria collettiva. Ogni omicidio lacera il tessuto sociale, non solo una storia privata.

Ma esiste anche un altro abisso, meno nominato e spesso respinto: quello di chi compie il reato. Non per attenuare la gravità di ciò che è accaduto, ma per riconoscere che anche chi agisce violenza entra in una voragine di conseguenze, responsabilità, stigma. Se quella persona porta con sé fragilità, dipendenze, relazioni segnate dalla violenza, solitudini mai curate, quell’abisso è ancora più profondo.

Il reato non produce una sola frattura. Ne genera molte. E la comunità non può limitarsi a osservare da fuori.

Le donne in carcere parlano di solitudine. Parlano di relazioni da cui è difficile uscire. Parlano di promesse di cambiamento che non si realizzano, di ritorni che sembrano seconde possibilità e invece riaprono ferite. Non cercano giustificazioni. Cercano un senso. Perché tra il “prima” e il “dopo” di un reato c’è spesso un territorio fragile, fatto di occasioni mancate e reti che non hanno retto.

Una comunità ferita ha due possibilità: chiudersi nel giudizio o interrogarsi. 
Ci siamo accorti dei segnali di violenza quando ancora si poteva intervenire? 
Abbiamo costruito percorsi solidi per chi usciva dal carcere? 
Abbiamo garantito sostegno reale contro le dipendenze? 
Abbiamo creato spazi in cui chiedere aiuto fosse possibile, senza vergogna?

Attraversare l’abisso significa non negarlo. Significa riconoscere il dolore della vittima e dei suoi familiari. Significa chiedere a chi ha commesso il reato di assumersi la responsabilità piena delle proprie azioni. Ma significa anche coinvolgere la comunità nel compito più difficile: ricucire, per quanto possibile, il tessuto strappato.

In questa vicenda c’è una persona che ha perso la vita. C’è una donna che ora affronta la detenzione e il peso delle conseguenze. Ma c’è anche una città, un carcere, un gruppo di donne che si sente toccato da questa frattura.

Quando la televisione si spegne, resta una domanda più grande del singolo fatto: come si cura una ferita collettiva?

Forse la risposta sta nel non lasciare sole le persone prima che l’abisso si apra. Nel costruire reti di prossimità vere, capaci di intervenire quando la violenza è ancora un segnale e non una tragedia. Nel credere che la responsabilità sia individuale, ma anche condivisa nel modo in cui una comunità accompagna, protegge, si prende cura.

L’indifferenza crea crepe profonde, spesso invisibili. 
Sta a noi decidere se limitarci a contare le macerie o trovare il coraggio di attraversarle insieme.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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