Il filo sottile tra intimo e privato

Educazione alla ragione e al sentimento

CONTINUA IL DISCORSO INIZIATO CON “LA BALLATA BELL’ELEFANTE” (EDIZIONI ALBOVERSORIO, 2016).

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I DUE PROTAGONISTI OGGI SI INTERROGANO SU COSA SI PUÒ DIRE E COSA CI È DATO DI TENERE RISERVATO. IL CONFRONTO È SEMPRE DIALETTICO E LA  FINALITÀ NON È TROVARE RISPOSTE  MA SE MAI SOLLEVARE QUESITI CHE TOCCANO CIASCUNO DI NOI

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ARTEMISIA: Il nostro tempo è caratterizzato da una sovra abbondanza di immagini e informazioni che giorno dopo giorno fagocitano il nostro immaginario. Non capita spesso di entrare in contatto con le emozioni che suscitano, né tanto meno riusciamo ad elaborarle collocandole nel modo corretto, soprattutto quelle più feroci. Spesso il disagio è dato dalla non conoscenza di ciò che ci accade, non avendo un linguaggio appropriato per darne un nome. Quindi, qual è l’antidoto per non perdere la nostra umanità?

CAVARADOSSI: l’educazione emotiva dei gesti che si compiono, dei sentimenti e delle passioni è la strada per conoscersi meglio. Se un tempo questo tipo di educazione avveniva attraverso la letteratura e i miti, oggi dobbiamo trovare i canali più vicini al nuovo modo di comunicare e di apprendere. L’educabilità passa necessariamente attraverso la parola ed è attraverso il linguaggio e alla voce ad esso connesso che possiamo elaborare il nostro mondo interiore.

ARTEMISIA: Ma cosa ci è dato di dire e cosa, invece, di tacere?

CAVARADOSSI: Esiste un confine sottile tra ciò che è intimo e ciò che è privato. L’intimo, a differenza del privato, è cosa di tutti. Pur essendo nostro, ha un punto di contatto con le intimità degli altri.

ARTEMISIA: L’intimo ci riporta all’”universalità dell’io ed è per questo principio che in tutte le forme d’arte possiamo trovare più o meno qualcosa di noi. Il privato è un luogo che non si può dire, che non si deve dire. È una stanza nascosta, il luogo che possiamo frequentare solo noi e che talvolta decidiamo di far frequentare anche a qualcun altro. Ma come? Spesso le parole si bloccano in gola, la voce si spezza e ciò che doveva uscire si ferma lì …

CAVARADOSSI: Da dove viene la nostra voce? Qual è il colore che esprime e come sappiamo com’è fatta? Come mai le cose dette rimangono così marcate nella mente? Dire, esprimere, esprimersi. La voce racconta la nostra storia e mentre parliamo condividiamo il mondo interiore. Mi è capitato di rimanere completamente afono. Mi sentivo impotente e in balia di ciò che succedeva. Ho avuto paura…

ARTEMISIA: È normale. La voce attraverso la parola è il luogo dell’incontro. Il mondo e le cose del mondo hanno una propria voce.  I sentimenti se non espressi sono la negazione di una conoscenza razionale della realtà. Essi diventano la rappresentazione di un universo caotico in cui non è possibile porre alcun ordine razionale, come i quadri informali. Le parole, quando sono vere e descrivendo il quotidiano lo elevano ad una forma estetica, quasi trascendentale come i quadri di Morandi, dove l’anima delle cose riflette i nostri stati interiori. Poterli condividere nell’intimità significa entrare in contatto con il mistero, portando alla luce il “rimosso” dando ad esso “cittadinanza”. Certo, è un gioco aperto e insicuro. Un modo di esprimere il proprio spazio interiore e al contempo di riempirlo di nuovi significati. È un atto che ferma il tempo e le emozioni prima ancora di sistemare le parole nella loro completezza sintattica e grammaticale. È una danza col presente, se vuole freschezza, che ci consente di esprimere ciò che siamo senza timore, sul lavoro, con gli amici, in amore.

CAVARADOSSI: Mi capita nel mio privato, di vagare con la mente e di saltare da una citazione all’altra. Poi perdo il filo e mi ritrovo solo quando la voce esce e prende forma. Allora i pensieri diventano limpidi e quel groviglio che sta nella testa si dipana! Rimanere abbagliati dalle immagini, senza poterle elaborare attraverso la nostra voce, significa lasciarsi opprimere senza dar loro la giusta collocazione.

ARTEMISIA: È difficile, non siamo certo preparati a farlo ma ci si allena attraverso una pratica. Le prime volte sembra quasi che il detto esca con una direzione storta. A volte non ci sono nemmeno le parole. Ma ciò che mi affascina è il suono della voce. La qualità, quel timbro che rimane e che dà spessore, prende corpo e si realizza. Dovremmo parlare ad alta voce anche nel nostro privato, per entrare in contatto con questo mistero.

CAVARADOSSI: E svelarlo…Dire significa realizzare. Portare fuori l’intimità dell’Io e metterla a disposizione del mondo. Forse ciò che sta dentro di noi non è poi così nostro …

ARTEMISIA: I non detti creano fantasmi che ingigantiscono le cose. I tabù familiari, le vergogne e i falsi pudori possono renderci la vita davvero drammatica. I segreti mi fanno paura perché non sai mai cosa c’è dietro. Nonostante ciò, penso che ci sia un luogo che è solo nostro ed è giusto che sia così. È il privato, il luogo della nostra coscienza, che molto spesso impariamo a conoscere soltanto attraverso i sogni.

CAVARADOSSI: Un tuffo su quella parte profonda e in ombra. Quel velo di Maya che vive nonostante noi e che completa la nostra esistenza. I sogni sono un tuffo nel privato che consentono di mostrarci ciò che manca per essere interi.

ARTEMISIA:    E quando la nostra voce li racconta, li fa accadere, trasformandoli in azioni, sensazioni, emozioni, desideri. E lì recuperiamo parti di noi per diventare ciò che siamo. Sono convinta che il nostro sia un divenire esistenziale e che in questo divenire ci siano tutti i colori dell’anima. Mentre ne stiamo parlando mi rassicuro, mi sento più autentica e sento di aver preso per me il mio posto nel mondo…. Quindi possiamo allenarci nella pratica del racconto a partire dalle immagini che sostano nella mente in quel filo sottile tra intimo e privato…

You Tube: Anime salve

« [Anime salve] trae il suo significato dall’origine, dall’etimologia delle due parole “anime” “salve“, vuol dire spiriti solitari. È una specie di elogio della solitudine. Si sa, non tutti se la possono permettere: non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati né i politici …

Fabrizio De André

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