Etica e Bellezza: la spiritualità nel nuovo millennio

Continua la conversazione tra Artemisia e Cavaradossi, pseudonimi che ho utilizzato ne “La ballata dell’elefante”.

Se gli elefanti siamo noi

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Nonostante la nostra attenzione sia indirizzata verso le competenze siano soft o digital, secondo la mia sensibilità rimane in noi un’intima ricerca di senso che porta verso la dimensione spirituale. A questo dedicherò i prossimi articoli.

 

Gibran

Cavaradossi: L’uomo libero è quindi capace di scegliere se tendere verso il bene o verso il male.

Artemisia: Certo. Ora dipende cos’è bene e cos’è male, perché anche queste due categorie sono frutto del pensiero umano. Per me il Bene è tutto ciò che favorisce l’armonia della Persona inserita nel suo contesto sociale. Armonia che comprende diversi aspetti della vita: l’aspetto fisico, quello psichico, quello sociale e quello spirituale. Per  vivere è essenziale questa Unità.

Cavaradossi: E’ l’idea di Plotino che immagina l’esistenza di un’intelligenza che è insita in ogni cosa. Una prima realtà sussistente, una unità di Vita capace di rinnovarsi e accogliere. Plotino afferma che non vi è nulla anteriore all’Uno.

Artemisia: ecco perché non credo che l’Unità sia un Dio  personale e creazionista come quello cristiano. Dell’ Unità nulla si può dire, a meno di non cadere in contraddizione. Inoltre non posso pensare ad un Dio che permetta guerra e distruzione, che permetta la strage degli innocenti!

Cavaradossi: In realtà ha motivo di esistere anche il male come viene ben descritto nella disquisizione filosofica presente nei Karamazov.

Artemisia: Infatti. E’ attraverso le sofferenze inflitte ai bambini che Ivan contesta le fondamenta della fede. La sofferenza dei bambini è la sofferenza inflitta dalle guerre, dall’ingiustizia, dalle mafie, dalla solitudine degli indifesi. E tu pensi davvero che il male abbia una sua ragion d’essere? Che sia davvero qualcosa di inevitabile e necessario?

Cavaradossi: Artemisia, fra tutte le creature viventi, l’uomo è  l’unico essere dotato di libertà capace di scegliere tra la via del bene e quella del male. Soltanto l’anima del sapiente però sa compiere questa ascesa: la maggior parte delle anime individuali, incarnate nel corpo, non avverte l’esigenza del ritorno all’Unità perché non conosce la meta da raggiungere o perché non è in grado di arrivarci. Si crea così una profonda differenza tra i pochi uomini che riescono a raggiungere la salvezza e le anime dei sofferenti che restano ciechi alla luce.

Artemisia: Infatti è soltanto attraverso il risveglio del dormiente che si può tornare alla via del Bene. Non è solo un percorso filosofico della mente è piuttosto un percorso dell’essere.  Platone affermava che l’uomo non cercherebbe con tanta energia qualcosa della cui esistenza non è nemmeno certo; al contrario, la forza con cui cerca la Bellezza originaria è conseguenza del fatto che l’ha vista, e conoscere non è altro che un ricordare sempre più quel momento. Perciò oltre all’etica, un’altra via fondamentale per arrivare al Bene Supremo è la via estetica del Bello. La Bellezza, che noi vediamo riflessa nelle cose, ci spinge a cercarne l’origine.  L’estasi davanti alla Bellezza non è un dono di Dio, come vuole il Cristianesimo, ma una possibilità naturale dell’anima, uno stato di grazia che sorge da sé, spontaneamente, in un momento fuori della portata del tempo.  E’ quel sentimento che spinge oggi le persone a cercare un contatto con la propria spiritualità al di là della religione.

 Cavaradossi: Ma non c’è il rischio che la crescita della spiritualità porti inevitabilmente al declino della religione con la transizione verso un forte senso di individualità e autorealizzazione? Le nuove generazioni sono sempre più critiche verso gli antichi dogmi religiosi e preferiscono scegliere da sé il proprio cammino spirituale.

Artemisia: Accogliere il proprio senso spirituale implica un cammino della Consapevolezza che vada oltre ciò che viviamo ogni giorno. Implica la curiosità verso la complessità dell’esistenza, il coraggio verso il mistero, l’apertura a ciò che non si conosce, compresa la morte come trasformazione. È da qui che la vita prende il suo senso!

 

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