Se gli ‘elefanti’ siamo noi

Prefazione di Cristiano Olivieri

Accolgo sul mio blog la prefazione che Cristiano scrisse al mio libro “La ballata dell’elefante”. Lo so che non si fa, che la natura del blog non lo consente, ma questa volta voglio condividere il testo integrale.  E’ come sempre una bella riflessione da condividere.

A leggere, scorrendo le pagine de ‘La Ballata dell’elefante’,  la dolcissima ma affilata, spiazzante sincerità di Anna Perna-Artemisia  ci si rammenta di quanto scriveva un’altra Anna, anch’essa onirica e vagamente estetizzante ma al contempo pur essa profonda e accecante nelle sue intuizioni e cioè Anna Maria Ortese:

Ci sono scrittori che vivono per scrivere e scrittori che scrivono per vivere, cioè per divenire, per realizzarsi come uomini veramente liberi, come spiriti in cui (altri) uomini si sarebbero ritrovati, riconosciuti e sarebbero a loro volta divenuti sinceri, onesti , liberi.”[1]

Ecco perché avvertiamo, accanto al turbamento generato da domande posate tra le righe con una clarità inesorabile (“siamo disposti a scoprire davvero la nostra essenza? Siamo disposti a realizzarci come persone?”- o altrove-  “Chi prende davvero le decisioni dentro di noi?”- o ancora: “Potrebbe esistere un’economia sociale fondata sugli scambi relazionali più che mercantili e prospetti (…) la possibilità di un’altra rivoluzione?) un che di confortevole e addirittura affettuoso . Perché Anna-Artemisia scrive davvero per vivere e per cercare la sua essenza (“solo per questo e senza rimpianto”) ma nel contempo  vuole accompagnare noi,  i lettori, a dialogare con lei, e intraprendere il medesimo cammino di consapevolezza e indurci con benevole ‘empatia’ a ragionare sul ‘sé’, a ‘svegliare il dormiente’  dentro di noi. E questo cammino,  come spiega bene lei stessa, “ implica accettare il fluire delle situazioni, accettare anche i momenti bui, esplorare i sentimenti più imbarazzanti e sconosciuti, incoerenti e pericolosi” .

Ma lei, lungo le pagine, ci soccorre sempre, vigile, sollecita e pensosa come gli angeli ‘decaduti’ di  Rilke e ci invita a superare ad ogni costo il ‘labirinto’ del percorso, giacché esso è addirittura una “possibilità di passaggio” (forse l’unica?) e la partita a scacchi con la Signora misteriosa (la morte?) ci rende diversi e nuovi ogni giorno perché imparando nuove abilità nel confronto scorgiamo poi nuovi riflessi di luce nelle stanze della nostra anima.

Diffidando dell’idea di verità come di ciò che si vede solo con gli occhi (Cristina Campo avrebbe detto: facendo professione d’incredulità nell’onnipotenza del visibile[2]), Anna-Artemisia dissimula il suo ragionare nello  stile ‘combinato’ del testo, giocato su diversi piani espressivi: fiabe, poesie, ballate,  fino ad una folgorante fotosequenza in stile ‘cinema mutò nel finale, dove si rammemorano in diafane cellule narrative  le atmosfere e i tratti dei personaggi maturati nell’intero percorso. E però lei appare esplicitamente a più riprese anche attraverso dei ‘metaloghi’ (una forma di conversazione aperta “che  è stata fonte dello sviluppo del pensiero sin dalla Grecia antica dove il discorso non termina mai con una certezza”) in compagnia dell’amico Cavaradossi, alter ego maschile, pretesto letterario ma anche personaggio d’anima, figura-specchio, metafora dell’uomo ‘artista’,  amante della libertà e del pensiero,  immagine disinvolta ma  saggia, austera, calma, avvolgente, quasi sacerdotale. Cavaradossi è l’Amico per eccellenza,

una di quelle anime belle che per quanto si cerchi di tenerle in un luogo dello spirito hanno la capacità di far sentire la loro assenza più della loro presenza”.

Eppure la sua, di contro alla ‘forza’ e l’incalzare  della protagonista  alla fine risulta una funzione inevitabilmente comprimaria nella costruzione delle domande di senso e nell’attraversamento dei temi che, nel cammino verso il Bene e la consapevolezza, costituiscono l’ossatura del testo.

Appunto, i ‘temi’ del racconto, che nella più spavalda delle elencazioni etico-morali faticherebbero ad essere trattati anche solo da lontano per la loro pregnanza e che qui, in punta di penna e di pensiero, animati  da personaggi ad un tempo intensi e bizzarri (il dolcissimo e stralunato pittore Elianto o la svagata e malinconica Viola) si allineano, nel segno della Leggerezza, con imperturbabile fluidità:  La Compassione (se intesa come com-passione= sentire insieme, diviene un ”sentimento supremo”);  la Gratuità’ (“una messa in scacco del mondo prefigurato nella legge del mercato”);  la Leggerezza (inevitabile il richiamo al Calvino delle Lezioni americane, ma che poi, per Anna, diviene ”un percorso estetico che dalle profondità ci eleva verso l’alto”);  L’Erranza (nella doppia, compenetrata accezione di viaggio ed errore e che qui nella quasi ipostatica figura del Chisciotte  diviene un unico, irrinunciabile strumento per trasformarsi e trascendersi);  L’Indifferenza (“il male oscuro che offusca i luoghi della consapevolezza”);  L’Identità (ma la “crisi dell’Io si può trasformare nella forza del Noi”);  Il Tempo (tra la nostalgia sterile e pietrificante del passato e l’angoscia per il futuro sarebbe “necessario vivere nel Qui e Ora [maiuscoli!, ndr ]. Ma questo modo di pensare non fa  parte della cultura occidentale”);  la Solitudine (si può essere soli per scelta e anche per amore, come quando, chiudendo il fondo di una fila di persone si vuole impedire che si perda qualcuno). La Paura (“essere coraggiosi non significa non aver paura. Significa, piuttosto, andare oltre la paura, prendendola per mano”);   Il Dolore (un’opportunità di trasformazione, “una forza creatrice potentissima”);  la Morte (“E’ solo trasformazione. Non esiste un aldilà. Esiste soltanto un oltre”);  L’Eternità (“Non è ‘dopo’. E’ ora. Se non fosse ora non sarebbe tale. Sarebbe solo tempo prolungato”);  La Verità (“un principio armonico fatto di risonanza e reciprocità”) e, ovviamente, L’Amore (ricerca e apertura,  cammino e meta, libertà e liberazione,  “una cascata d’acqua limpida che ti fa vedere oltre te stesso (…), l’unica esperienza capace di dare un  senso al nostro passaggio, come il bene che è la realtà di cui Dio è il sogno”)

E  la galleria potrebbe continuare, e magari il sotto testo  rivelarci, ove affiorasse il sospetto di un viaggio aleatorio, una assunzione anche etica e storica della narrazione laddove il ‘reale’ si affaccia tra le pieghe della vellutata  prosa della ‘ballata’. Come nel riferimento al terremoto in Emilia del 2012, di cui l’autrice è stata testimone diretta, quando  “la terra non voleva fermarsi” ed Anna, al contrario di molte persone “sceglie di dormire in casa perché stanca di essere stanca e di aver paura” o nel racconto dell’esperimento pilota di animazione culturale  all’interno un centro commerciale.

Eppure, per quanto sarebbe comodo e maneggevole, ‘la Ballata dell’elefante’ non ricorda neppure per un attimo un ‘ vademecum per una vita felice’. Piuttosto la anima una passione gentile ma ‘dinamica’ dove, ancora una volta, ciò che conta è il viaggio. Verso dove? verso l’Essenza, verso la ‘Consapevolezza di se’, cercando di diventare sempre più ‘noi stessi’, come ammoniva l’oracolo delfico. Perché dentro ciascuno “c’è un gioiello, un segreto da scoprire fatto per lo più di silenzi”. E  allora, non si sottrae, Anna-Artemisia, ad indicarci delle tracce di luce su cui azzardare il cammino per questa meta ambiziosa. Non ammonimenti, non precetti di morale, non cartelli di divieto o presunto pericolo. Anzi l’apertura alle possibilità è ciò che permette al ‘viandante’ e all’uomo in genere di ex-sistere, porsi-fuori-da e dunque non alzare steccati preventivi,  ma abolire barriere, pregiudizi, griglie di riferimento consolidate. E piuttosto, dunque, aprirsi alla Meraviglia (che è “curiosità, ricerca, apertura al nuovo, possibilità, come fa un’artista, di contattare le parti più autentiche di sé”). Coltivare i Sogni, (che “non sono tutti fatti per essere realizzati”). Aprirsi all’Arte (che “ci permette di capire il mondo attraverso una diversa prospettiva”, anzi, di più,  “essa è un dono, una spinta a offrire qualcosa di sé al mondo”),  un percorso dove anche le ferite, sublimate, divengono uno strumento di crescita. Cercare la Bellezza che, tratteggiata in una splendida definizione,  diviene “la sperimentazione attiva di un’altra ipotesi di noi stessi, oltre la strada di ieri, oltre la fedeltà di un’abitudine” perciò assai più che un ideale, piuttosto un’ orizzonte  per un percorso ‘concreto’ del cuore, scelto ed ‘agito’. Un cammino terreno però “supportato dal canto degli angeli”.  E sperimentare l’Empatia, che appare ad Anna-Artemisia decisamente  un sentimento principe.  Ci serve recuperare l’empatia ‘innata’ (non è vero che “l’essere umano è per natura aggressivo, materialista e dominato dall’interesse personale”) e orientarla per irraggiamento all’empatia globalizzata, come via di progresso e di civiltà  ‘fidandosi’ (trattare l’altro come fine e non come mezzo) nelle possibilità dell’uomo, ‘empatizzando’ il terreno del ‘noi’ piuttosto che quello del ‘mio’ o ‘tuo’ e così, restituendo nuova dignità a concetti come libertà ed eguaglianza.

 Alla fine, dunque, è proprio  il rapporto tra l’io e il noi, (e l’io e il sé), la Chiave per il giardino segreto e il suo mistero inaccessibile. Cioè la Relazione.

La relazione è l’anima, la trama del grande tappeto arabescato fin qui esplorato, intessuto di personaggi, fiabe, poesia, sogni, meraviglia, arte, colori, saggezze antiche. La relazione, che ha un potente contenuto “trasformativo”, (come “negli psicodrammi di Moreno, dove si sperimenta l’unione della formazione del se’ e della spinta creativa”). La relazione, che è mezzo e fine ad un tempo, che “è dono di noi stessi, l’atto più coraggioso ed innovativo di questi tempi abitati da crisi distruttrici”.  La relazione, che superando la solitudine esistenziale, permette di consegnare alla morte (come cantava De Andrè, qui citato) una ‘goccia di splendore’.

La relazione, che “permette di partecipare alla creazione del mondo”. La relazione,  che “è la vita stessa!”.

E accettare la scommessa/premio della relazione significa non accontentarsi di vivere per ¾,  ma fare come il personaggio del Signore con la pipa che nelle pagine d’apertura, grazie all’aiuto di Nina e dell’Angelo, si riappropria, in un’eco platonica, della sua intera figura.

Al dunque, Anna-Nina-Artemisia ci  racconta, per sua stessa ammissione, “ciò che avrebbe voluto dirci da bambina”: di attraversare con lei il labirinto che porta laggiù, nel fondo, e addirittura aiutarla nella ‘risalita’.  Lei, così leggera e spigliata e noi, così sicuri di noi stessi e delle nostre convinzioni.  Noi,  così ‘elefanti’. Ma guardandoci con aria birbante e un po’ complice come solo i bambini sanno fare, ci promette una cosa:  se riusciremo a salire sul palco della nostra  vita con tutti i suoi personaggi, con Gaiano, Viola, Eloisa, Elianto, Re Alberto e tutti gli altri,  e se, come in una passerella felliniana (la scena finale di ‘Otto e ½’, è stato detto, è quella che ciascun regista avrebbe voluto girare), riusciremo a tenerci tutti per mano e intonare la ballata dell’elefante, quella scritta al centro del libro, così sghimbescia, così aritmica, così poetica, come un organetto di strada un po’ stonato, dal suono evocativo e quasi oracolare, allora diventeremo tutti leggeri come lei e danzeremo senza fatica tutto il giorno e tutta la notte, e forse la vita intera. Perché in quella musica, in quelle risonanze, in quelle mani intrecciate dall’amore e dalla poesia avremo riconosciuto i tratti della nostra Anima.

Cristiano Olivieri, docente di Lettere  e Artista Lirico professionista

[1] Anna Maria Ortese,  Da Moby Dick all’Orsa Bianca,  Adelphi,  p.81

[2] Cristina Campo,  Gli imperdonabili,   Adelphi,  p. XXI

 

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