La voce degli oggetti

Gli oggetti parlano. Passiamo la vita a raccogliere, sostituire, buttare e riciclare. Ma ci sono persone che accumulano cose per tutta la vita non riuscendo a staccarsene. Altre come me che sentono il bisogno di tenere solo quelle che hanno un significato. Se li accumuli ti appesantisci e nel caso si dovesse traslocare, ciò porterebbe a dover spendere troppe energie buttando via un sacco di tempo.

Ce ne sono alcuni che raccontano la nostra storia e chi come me è nato in un periodo storico felice può concordare con questo racconto. Ho sempre pensato che il 1974 fosse un anno fortunato e uno degli oggetti che lo rappresenta è sicuramente il giradischi che ha aiutato a condividere la musica degli anni settanta, ottanta e novanta. La musica che ascoltavo non dico fosse straordinaria ma bella sì. O forse era bella perché la musica della giovinezza è bella per definizione.  I motivi rimangono nella memoria affettiva che a risentirli neppure sono un granché. Eppure si torna a quei momenti dove motivetti come: “E guardo il mondo da un oblò, mi annoio un po’…” mi fanno provare tanta tenerezza. Certo nulla a che vedere con i cantautori e le bellissime copertine dei vinili, come la graziosa bambina seduta con un abito d’organza in  Anime Salve di Fabrizio De André.

Negli anni settanta ero piccola e non avevo nessuna contezza di cosa succedesse sul piano sociale. Sono stati anni duri, così duri da essere denominati di piombo a causa di utopie e deliri sanguinosi come furono le Brigate Rosse, il terrorismo politico, gli scontri di piazza e la tensione sociale. Di quegli anni ricordo i maglioncini dolcevita, le gonne a rombi e gli stivali fino alle ginocchia che mi rendevano una piccola donnina. Furono anche anni di grande crescita sociale, culturale e politica che portarono al percorso di modernizzazione e democratizzazione del nostro Paese. Furono gli anni dell’istituzione delle Regioni, degli organi democratici nella scuola, delle leggi sul divorzio e sull’aborto, della legge 180 del ’78 che impose la chiusura dei manicomi e che regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio; della nascita di un’università di massa e dello statuto dei lavoratori. Un gran fermento che coinvolse i movimenti della società civile che voleva realizzare ciò che negli anni ’60 era solo speranza. I mezzi di diffusione erano inevitabilmente i giornali.

             

Io ero la prima figlia di una tipica famiglia di immigrati dall’Irpinia verso le nebbiose zone modenesi. Ancora non lo sapevo cos’era la discriminazione e personalmente non l’ho mai subita. Ma quando sentivo rivolgersi ai miei genitori e alle persone che venivano dal sud chiamandoli maruchèin – marocchini –  mi sentivo a disagio e inferiore.

Papà faceva il portalettere e mamma era una bravissima sarta. Lui si impegnava nel suo lavoro che viveva con leggerezza perché le lunghe pedalate sotto le intemperie, gli davano un senso di libertà. Papà è sempre stato un eterno Peter Pan, pronto a prendere il treno e scappare da mammà. Mia madre era bellissima e molto intraprendente. Aveva le idee chiare e voleva realizzarsi con il lavoro. Così decise di aprire una boutique di sartoria dove lavorava con Franca la sua migliore amica. Papà volteggiava, mamma aveva i piedi piantati a terra.

              Poi vennero gli anni ’80. Anni d’oro per via della diffusione delle tecnologie con la comparsa dei primi computer – io avevo un Commodore 64– e dei videogiochi. Ma la TV è stato l’oggetto che più di tutti ci ha resi uguali con i suoi programmi innovativi. Io guardavo “Bim Bum Bam” su Canale 5 e le trasmissioni delle reti private appannavano quelle tradizionali. È stata l’epoca della fine delle ideologie e delle proteste e l’inizio di un’era più edonista. E’ lì che nacque l’icona della “Milano da bere” con nuove figure politiche più accattivanti degli austeri Moro e Berlinguer. È stato il momento di Silvio Berlusconi che regalava a milioni di telespettatori ore di svago con un intrattenimento moderno, che ha poi continuato a promettere nelle seguenti campagne elettorali che come in un grande gioco, si rivelò un bluf.  C’erano programmi come Drive In con le signorine in costumi sempre più succinti che io non guardavo perché troppo piccola; ma ricordo benissimo le serie per adolescenti I Ragazzi del muretto,  Saranno Famosi e Lady Oscar con tutti gli altri cartoni animati giapponesi. Erano anni buoni, sugellati dalla vittoria della Nazionale di Calcio ai Mondiali del 1982 in Spagna che seppellirono una volta per tutte il terribile terremoto dell’Irpinia dell’ 80 e la nostra piccola tragedia familiare. Purtroppo però la vita non è lineare e quello che succedeva a livello sociale non era tutto rose e fiori. Ciò che si nascondeva dietro alla realtà patinata delle telenovelas erano una forte inflazione e un debito pubblico generato per sollevare il paese dagli anni dell’ austerità pensando ad un futuro florido per l’avvenire.

Quello degli anni novanta è stato un decennio di benessere e speranza. Il telefono per me era diventato indispensabile essendo un’ adolescente. Usavo le tessere telefoniche che compravo dal tabacchino e che duravano sempre troppo poco. Ricordo quando in TV appresi delle stragi di Capaci e Via D’Amelio. Era il 23 maggio del 1992 mio padre si era risposato ed era voluto ritornare ad Avellino e la tragedia del Giudice Falcone, di sua moglie e della scorta esplosi con 500 kg di tritolo si intrecciava con la mia guerra personale per rimanere a Modena. La lotta dello Stato divenne la mia lotta. Diventai attivista, mi iscrissi alla FGCI e cominciai a frequentare di più i convegni organizzati dai compagni che le aule scolastiche, passando ore e ore a parlarne al telefono. Poi le bombe finirono con il primo Governo Berlusconi e io me ne tornai a Modena con una ferita pari a quella di quegli eccidi. Credo che tra i due esiti, l’unica che ci guadagnò davvero fui io.

Credo che l’infanzia e l’adolescenza nonostante le implicazioni formative siano i due momenti della nostra storia dove si percepisce più di tutti il sentimento dell’eterno come per voler tenere stretta la rassicurante sensazione che ci fa essere protagonisti della nostra vita. Ed è così se pensiamo che il processo di costruzione della nostra persona dura più della metà della nostra vita e che solo dopo una certa età sarebbe saggio iniziare un processo di non attaccamento per arrivare alla fine senza troppi drammi. Sono una donna che vive nel presente. Come tutti utilizzo computer, cellulare, tecnologie. Leggo tranquillamente su Kindle ma rimango fedele ai libri stampati e alle matite per sottolineare. Il racconto della vita potrebbe continuare ancora nel presente e nel mio presente posso includere il portatile con il quale sto scrivendo. Le mie riflessioni scorrono come scorre tutto ciò che fa parte della vita, con la consapevolezza che essa va avanti ugualmente con o senza di noi.

Ciò che rimane sono quegli oggetti che raccontano il nostro passaggio fatto di gusti, stile, scelte e destini. Cosa siamo oggi è frutto del viaggio fatto. E mantenendo fede alla mia ricerca socratica guardo gli oggetti con quella curiosità che mi spinge a chiedermi cosa rappresentino per noi, perché quella rappresentazione racconta ciò che siamo diventati e come potremmo essere.

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e Gestalt Counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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Ontologia, psicoanalisi, logica. Personale docente Università degli studi di Verona

Logica, filosofia della scienza. Psicoanalisi clinico didattica.

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