Felicità al lavoro

Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro che purtroppo è privilegio di pochi costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono.

Primo Levi 

È possibile la felicità in azienda?  

La domanda può sembrare paradossale e l’accostamento tra lavoro e felicità quasi un’utopia. Ma dal momento che le persone in età adulta passano la maggior parte del proprio tempo di vita sui luoghi di lavoro, perché non ripensarli come dimensioni che oltre a considerare la produttività e l’efficienza possano contemplare anche la pienezza, l’autorealizzazione, la crescita e la bellezza? 

Gli studi ci dicono che per ottenere la felicità sul lavoro dobbiamo sceglierla con consapevolezza, utilizzando come guida degli atteggiamenti che assumiamo di fronte alla realtà quotidiana. 

Nel loro libro “La felicità della giraffa”, Marco Basile e Simona Poletti trattano il tema della gioia sul lavoro. In uno dei loro capitoli citano lo psichiatra Vittor Frankl il quale sosteneva che l’uomo possa essere privato di tutto tranne della libertà di scegliere quale comportamento adottare in ogni singola situazione della vita e lo diceva dopo aver vissuto un’esperienza nei campi di concentramento nazisti teorizzando un modello comportamentale basato proprio sulla possibilità di decidere, sempre e consapevolmente, l’atteggiamento con cui affrontare la quotidianità. 

Introdurre il concetto di scelta della felicità lavorativa sui luoghi di lavoro significa decidere l’atteggiamento da avere di fronte alle fatiche quotidiane

È  ciò che succede in questa metafora:  

un uomo sta camminando lungo la strada e durante il suo percorso incontra tre diversi lavoratori alle prese con la stessa occupazione di spaccapietre. Incuriosito l’uomo chiede al primo cosa stia facendo e lavoratore sbuffando gli dice in modo scontroso che sta spaccando le pietre. L’uomo prosegue e poi nella stessa domanda secondo manovale dall’aspetto rassegnato e stanco il quale ieri vela di lavorare per sfamare la sua famiglia appunto sempre incuriosito l’uomo finisce per porre lo stesso quesito anche al terzo spaccapietre virgola che gli dice con gentilezza di essere impegnato nella costruzione di una cattedrale. Tutti e tre stanno facendo la stessa cosa, ma descrivono in maniera diversa la loro occupazione.” 

La percezione della felicità sul lavoro prevede stadi diversi sia di consapevolezza personale che di adesione alla propria occupazione da parte di ogni singola persona coinvolta dal collaboratore al manager. 

Purtroppo sono stati individuati tre livelli di infelicità che bisogna imparare a conoscere, per poter valutare la situazione dell’impresa. 

I LIVELLI DI INFELICITÀ

1. Si manifesta con la lamentela costante. In questo caso si perde la capacità di essere costruttivi. Questa condizione induce le persone a non prendere alcuna iniziativa personale e attrarre piacere solo dal lamentarsi. In questo caso il lavoratore non riesce nemmeno a cogliere gli aspetti positivi del suo lavoro. E nessun incentivo sarà mai sufficiente.  

2. Un altro livello è quello dell’accusa. In questo stadio la persona rinuncia ad esercitare i propri talenti e le proprie capacità, mette a tacere qualsiasi forma di potere personale e finisce per attribuire all’intera responsabilità delle cose che non funzionano ai propri colleghi oppure proprio capo. Questo atteggiamento deriva da una mistificazione della realtà. La persona che vive questa condizione di infelicità finisce per entrare in un vortice negativo adottando un atteggiamento accusatorio nei confronti di tutto quello che lo circonda. 

3. il terzo grado di infelicità è dato dalla dipendenza/ impotenza ed è il peggiore. In questo stadio il lavoratore si chiama fuori da ogni responsabilità con la convinzione di non poter intervenire in nessuna situazione in quanto niente di quanto accade dipende da lui. Questo tipo di persona resta invischiata giorno dopo giorno in una situazione di sofferenza da cui non riesce a fuggire e che influisce sul clima organizzativo. 

Da un’analisi dei tre gradi di infelicità ci si è resi conto che questi sono caratterizzate da un aspetto comune e cioè dalla mancanza di consapevolezza di .

Le persone che si lasciano andare alla lamentela, all’accusa e all’impotenza non hanno alcuna percezione reale dei propri talenti. Non avendo contezza delle proprie qualità, non fanno alcuno sforzo per sfruttarle e si condannano a rimanere in uno spazio di immobilità eseguendo compiti giornalieri in maniera automatica. Essi sono come dei naufraghi in balia degli eventi e di qualcuno che li salvi portandoli sulla terraferma. 

Al contrario esistono tre LIVELLI DI FELICITÀ: 

1. il primo è definito piacere EDONICO, una sensazione momentanea ottenibile qui e ora capace di creare in chi la prova una sorta di assuefazione e di dipendenza quando la causa del piacere viene a mancare. In questo caso la persona entra in sofferenza come nel caso della Cicala della favola di Esopo. Per esempio, il piacere derivante da un benefit dato dall’azienda dopo qualche tempo finisce per non essere più considerato come un privilegio. 

2. Il secondo livello di felicità ha una durata superiore e ha a che fare con il riconoscimento e l’esercizio dei propri talenti. Questo tipo di felicità viene definita EUDAIMONICA, ed è raggiungibile nel momento in cui ognuno di noi trova piena realizzazione nell’impiego delle proprie capacità e ha un impatto positivo sull’ambiente di lavoro e sui colleghi che lo circondano. Ciò significa la possibilità di esercitare il proprio talento in un arco temporale a medio e lungo termine un po’ come Ulisse che rappresenta l’eccellenza dell’uomo capace di esercitare al massimo grado i propri talenti. Questo tipo di felicità non ha solo una durata superiore ma è anche caratterizzata da una maggiore intensità emozionale rispetto a quella derivante dal piacere edonico. 

3. Il terzo grado di felicità si definisce TELICA o vocazionale.  A questo livello la persona acquisisce una visione a lungo termine del lavoro e non si ferma più solo a quello che compie all’interno di un’azienda. Il suo sguardo abbraccia un perimetro più ampio corrispondente a quello della società esterna. L’attribuzione di un fine più alto della propria occupazione professionale induce a cercare una connessione tra il lavoro e la società. In questo caso si sente il bisogno di allargare il proprio campo di azione e di pensare all’impatto della propria occupazione sulla società. Qualsiasi occupazione professionale può avere questo terzo gradino, immaginando come il nostro ruolo professionale possa avere un impatto positivo sulla società.  

Ora io credo che tutto ciò descritto in questo libro sia corretto. Credo però che nel nostro paese non ci siano le tutele minime per garantire una base sicura per liberare la testa verso questi sentimenti e modi di pensare. Soprattutto per quanto riguarda le occupazioni dei giovani che spesso richiedono competenze ed esperienza ma che poi di fatto non vengo concretamente valorizzate. Mi riferisco a tutti i contratti a termine e senza tutele o con dei compensi che a guardare la busta paga viene da rabbrividire.

Sì, molto dipende dal modo in cui una persona pensa e l’atteggiamento che adotta, ma molto dipende da un mercato del lavoro miope, motivo per cui molti decidono di cambiare appena possibile.

 Se lo ritieni utile puoi condividere l’articolo sui tuoi canali. Se vuoi una consulenza per approfondire alcuni temi scrivimi. Grazie per l’attenzione!

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e Gestalt Counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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