Felicità: come pesci in un acquario

Negli ultimi anni molti studiosi ci hanno portato a pretendere una vita felice. Credo infatti che questa della felicità sia un’idea inflazionata e senza un reale valore.

Di che felicità stiamo parlando? Com’è fatta? Cosa ci rende felici?

Il filosofo Robert Nozick ci invita a riflettere su questo tema con un esempio molto chiaro: Immaginiamo di vivere in un acquario che ci possa dare ogni esperienza che desideriamo con degli elettrodi connessi al nostro cervello.
La domanda è: vorremmo rimanere collegati a questa macchina per tutta la vita, pre-programmando tutte le esperienze?

In ogni caso se scegliessimo di vivere in un acquario e di sentirci felici in ogni momento, in tutti i momenti della vostra vita, staremmo vivendo una buona vita? È questa la vita che sceglieremmo per noi e per i nostri figli?

Se consideriamo la felicità il valore supremo della vita, vivere nell’acquario soddisferebbe tutti i nostri desideri.
Tuttavia quasi tutti direbbero di no a una vita in cui ci si sente bene ma si vive in un acquario.
La domanda è perché?

Secondo Nozick, la ragione per cui rifugiamo dall’idea di una vita in un acquario è che la felicità che troviamo lì è vuota e immeritata.

Potremmo sentirci felici nell’acquario, ma non avremmo nessuna vera ragione per esserlo.

Potremmo stare bene, ma la nostra vita non avrebbe identità, progetti, obiettivi che le diano un valore.

Non ci interessa soltanto come sentiamo le cose dentro e quali sono le cose che ci danno un immediato piacere, conclude Nozick: nella vita c’è qualcosa di più che sentirsi felici.


In altre parole, senso e felicità possono non andare d’accordo.

La ricerca ha dimostrato infatti che gli sforzi orientati da un senso possono dare luogo a una forma più profonda di benessere.

Questa è stata la conclusione di uno studio del 2010 di Veronika Huta dell’università di Ottawa e di Richard Ryan dell’università di Rochester. Huta e Ryan chiesero a un gruppo di studenti universitari di perseguire per 10 giorni o il senso o la felicità facendo almeno una cosa al giorno per aumentare rispettivamente l’edonia o l’eudemonia.
Alla fine di ogni giornata i partecipanti dovevano comunicare ai ricercatori le attività a cui avevano scelto di dedicarsi.

Tra gli studenti che si erano concentrati sul senso, alcune delle attività più comuni furono perdonare un amico, studiare, pensare ai propri valori e aiutare o con fortare un’altra persona.

Quelli concentrati sulla felicità, invece, enumerarono attività come dormire, giocare, fare acquisti a mangiare dolci.
Alla fine dello studio, i ricercatori parlarono con i partecipanti per vedere come quelle esperienze avessero influito sul loro benessere.

Ciò che scoprirono fu che subito dopo l’esperimento gli studenti che avevano perseguito la felicità avevano provato più sentimenti positivi e meno sentimenti negativi, ma tre mesi più tardi lo stimolo positivo era svanito.

L’altro gruppo, quello che si era concentrato sul senso, dopo l’esperimento non si era sentito così felice anche se tutti avevano constatato che la loro vita aveva più senso. Ma tre mesi più tardi il quadro era diverso.
Gli studenti che avevano perseguito il senso dissero che si sentivano più ricchi, ispirati e «parte di qualcosa di più grande di me stesso».

Riferirono anche un calo delle emozioni negative punto nel lungo periodo il perseguimento del senso aveva promosso un effettivo miglioramento della Salute psichica.

Il filosofo John Stuart Mill non si sarebbe sorpreso.

Sono felici, scrisse, solo coloro che hanno la mente concentrata su qualcosa di diverso dalla propria felicità: sulla felicità degli altri, sui progressi del genere umano e persino su qualche forma d’arte o di ricerca perseguita non come un mezzo ma come un fine ideale.
Puntando a qualcosa di diverso, finiscono per trovare la felicità lungo la strada.”

E queste sono proprio le conclusioni cui perviene la ricerca in campo psico-sociale degli ultimi decenni: ovunque esistono delle fonti di senso ed attingendo ad esse…. tutti possiamo condurre una vita più ricca e soddisfacente ed aiutare gli altri a fare lo stesso.

Se la felicità fosse veramente l’obiettivo supremo della vita, la maggior parte delle persone sceglierebbe di stare nell’acquario felice.
Sarebbe una vita facile, in cui traumi, tristezza e perdite verrebbero eliminate per sempre. Potreste sentirvi sempre bene e persino molto importanti.

(Appunti dal seminario “Ci orientiamo con le stelle”, Simbiosofia, 2021)

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

3 pensieri riguardo “Felicità: come pesci in un acquario

  1. Appena ho letto “mangiare dolci” mi è tornato in mente un aneddoto che raccontava spesso mia nonna.
    Lei diceva che da bambina aspettava tutto l’anno che arrivasse il Natale, perché sapeva che per quella festa le sarebbe stato regalato un cioccolatino. Allora quel minuscolo pezzo di cioccolata era un lusso inimmaginabile, che ci si poteva permettere appunto soltanto una volta l’anno. Adesso invece, diceva mia nonna, se ho voglia di un po’ di cioccolata vado al supermercato e me ne compro una stecca larga così e spessa così per un euro e spiccioli.
    Mia nonna ci faceva questo paragone per farci capire che adesso ogni giorno è festa, ogni giorno è Natale, perché ora possiamo permetterci di fare tutti i giorni delle cose che soltanto pochi anni fa erano delle comodità inaccessibili. E quindi finiamo per darle per scontate, non le apprezziamo nella giusta misura e non siamo mai contenti. E’ d’accordo?

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