Adultescenza

L’età della tecnica con la sua espressione nella rete Internet sta creando una nuova illusione, cioè quella di vivere un eterno presente. E questo si ripercuote anche sugli adulti. Mentre un tempo l’adolescenza finiva con i 20 anni, ora è pressoché eterna.

In passato esistevano rituali di passaggio e i compiti evolutivi che scandivano il passaggio del tempo. La scolarizzazione, l’adolescenza, il riconoscimento delle proprie attitudini e quindi il lavoro, poi il matrimonio, la formazione di una nuova famiglia erano tutte tappe che segnavano i cambiamenti dell’individuo. A un certo punto i genitori concludevano il circolo fertile, e i figli si sentivano autorizzati a entrare nel mondo adulto.

Il sociologo Bauman lo attribuisce al fenomeno della “liquidità” che pervade in tutte le Istituzioni. Infatti, è a causa della fluidità della famiglia, delle difficoltà a trovare lavoro, ma anche dalla diffusione della cultura del narcisismo, viene meno la stabilità intergenerazionale del passato. Il mondo è più complesso, le persone sono molto più insicure, tutto è più fluido e instabile.

In questo senso si apre il tema dell’Adultità, dove la necessità è quella di prendere una direzione, riconoscersi, comprendere le proprie vocazioni e i propri interessi arrivando alla costruzione di un sé stabile attraverso la relazione con l’altro.

Questa ricerca dell’identità rispetto al passato si protrae fino ai trent’anni anche perché al giorno d’oggi sempre più i giovani vivono in famiglia e hanno spesso un problema materiale e affettivo a distaccarsi dal mondo dei genitori. Pertanto, il distacco generazionale diventa nebuloso. Da qui il fenomeno degli Adultescenti, come viene descritto dallo psicanalista M. Ammanniti nel suo testo.

Sono adulti che cronologicamente potrebbero essere genitori, ma continuano ad avere delle caratteristiche adolescenziali. Sono presi da loro stessi, dall’affermarsi, non vogliono invecchiare. Hanno un atteggiamento di deresponsabilizzazione assoluto. Le ragioni di questo fenomeno sarebbero rintracciabili nel giovanilismo imperante che si nutre di una spasmodica ossessione per la giovinezza”[1].

Questa nuova condizione crea un problema molto forte per chi adolescente lo è per diritto naturale. La mancanza di genitori con cui confrontarsi, e non dei genitori-amici che si pongono sul loro stesso piano crea dei buchi sia a livello affettivo che a livello etico. Mentre in passato i genitori erano convinti del loro ruolo, oggi è come se avessero bisogno della conferma dei figli per essere tali. E a questi figli viene data quell’autorevolezza che una volta era degli adulti.

Una delle peculiarità dell’Homo sapiens è il fatto di essere molto immaturo alla nascita, e di impiegare molto tempo a diventare maturo. Gli scimpanzé, per esempio, alla nascita hanno il cervello che è la metà della dimensione adulta, e raggiungono la pubertà subito dopo lo svezzamento; negli uomini, invece, il cervello alla nascita è solo un terzo di quello adulto, e la pubertà tarda una decina abbondante di anni. Molti antropologi ritengono che proprio da questo lento e complesso meccanismo di apprendimento dipenda il fatto che solo nell’uomo si è potuto sviluppare il linguaggio. Insomma, a renderci umani sarebbe proprio la nostra «prolungata infanzia».

Un’infanzia che però, con il passare del tempo, si allunga sempre più. Nell’Europa medievale, i bambini all’età di sette anni iniziavano a lavorare con gli adulti. La scuola dell’obbligo, nello scorso secolo, ha spinto verso i sedici anni la soglia della maturità. Ma sempre più spesso la «vita da figlio» dura fino alla laurea, e spesso molto oltre. E questa Adultescenza, più che del progresso, rischia di avere il sapore della regressione, ripercuotendosi inevitabilmente non solo sul singolo ma su tutta la società.



[1] Massimo Ammanniti, Adolescenti senza tempo, 2018

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