Cosa possiamo imparare dai nativi digitali

L’approccio fenomenologico mi ha permesso di avvicinarmi ai fenomeni con un atteggiamento che cerca di cogliere sia gli aspetti positivi che quelli negativi di quello che avviene. A volte non è semplice ma sento che sia l’unico modo per conoscere in modo approfondito le situazioni.

Leggendo il libro di Mark Prensky, con il quale sto avendo forti discussioni, mi sento però di appoggiare alcune considerazioni su cosa noi adulti e “immigrati digitali” possiamo imparare ai giovani.

Intanto, ’espressione “immigrato digitale” si applica ad una persona che è cresciuta prima delle tecnologie multimediali e le ha adottate in un secondo tempo. Sono quelle persone che sono vecchie abbastanza da aver frequentato il mondo «di prima», ma anche giovani abbastanza da avere abitato da subito il mondo «di dopo». È una categoria umana ridotta, per ragioni anagrafiche, ma centrale nella costruzione della conoscenza, della cultura e delle elaborazioni relative alla rete: perché ne ha seguito nascita e crescita avendo già gli strumenti per capirla e discuterla, e il metro per tenerla in relazione con il mondo «di prima».

Gli Immigranti digitali (o per meglio dire “nativi analogici”) manifestano un senso di inadeguatezza nell’uso delle nuove tecnologie. Però, spiega M. Prensky nel libro La mente aumentata, che con un’assidua frequentazione potrebbero sviluppare comportamenti da nativi (digitali).

La distinzione generazionale con i nativi digitali è evidente: questi ultimi sono immersi nel digitale sin dalla nascita, mentre gli immigrati hanno dovuto adottare le tecnologie e adattarsi pian piano, in età avanzata. In altre parole, hanno imparato col tempo ad abitare la rete. Esiste, infine, una terza figura che è quella del “tardivo digitale”, una persona cresciuta senza tecnologia e che la guarda tutt’oggi con diffidenza.

Ciò che cambia tra questi tre insiemi di individui, non sono la conoscenza o la capacità, ma bensì il modo di pensare”.

Infatti, noi adulti quando vogliamo sapere qualcosa, noi adulti cerchiamo un manuale o abbiamo bisogno di strumenti per inquadrare concettualmente un oggetto di studio prima di dedicarci a esso. Mentre per i Nativi Digitali la questione è differente in quanto apprendono per esperienza e per approssimazioni successive. Ciò non significa che sia un dato positivo, ma è un fatto. Utilizzano una logica che è più vicina a quella abduttiva, che non a quella induttiva/deduttiva. Imparano dagli errori e attraverso l’esplorazione, piuttosto che mediante un approccio storico o logico sistematico. Inoltre, la condivisione con i pari, la cooperazione, l’utilizzo di differenti approcci al problema dato e di molteplici codici e piani di interpretazione per risolverlo li differenziano radicalmente rispetto a noi. Un approccio “open source” e cooperativo alle fonti del sapere che è ben rappresentato dal modo in cui i giovani condividono la musica, il sapere e le esperienze online attraverso i più diversi strumenti di comunicazione digitale sul Web.

Il comportamento di apprendimento più originale dei nativi è il multitasking: studiano mentre ascoltano musica, e nello stesso tempo si mantengono in contatto con gli amici attraverso Whatsapp, mentre il televisore è acceso con il suo sottofondo di immagini e parole. Il problema del sovraccarico cognitivo è risolto attraverso il continuo passaggio da un media a un altro, tramite uno “zapping” consapevole tra le differenti fonti di apprendimento e di comunicazione. I Digital Native, infatti, stanno imparando a navigare tra i media in maniera non lineare e creativa.

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