Cura dell’anima e questioni politiche

nina_fumetto2Cosa significa “prendersi cura”? Chi sono le figure professionali che possono farlo? Quali sono i confini tra salute e malattia e quali tra professioni?

In una società complessa, dove la tecnica sta regolando tutte forme della società, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro all’assistenza sanitaria, i problemi che emergono dovrebbero essere considerati attraverso una visione integrata che tenga conto della complessità del fenomeno senza ridurre il tutto alla semplificazione che spesso si limita a descriverci come “società malata”.

Ma questa definizione quanto è davvero reale? Quanto è invece, una giustificazione per non affrontare il problema attraverso un pensiero complesso? Quanto è una semplificazione che favorisce alcune categorie professionali ben organizzate a discapito di altre che lo sono meno? E quanto è un alibi per tutte quelle figure professionali che hanno rinunciato alla propria responsabilità preferendo il lamento alla determinazione?

Mi riferisco specificamente ad una domanda che ho trovato nell’ultimo libro di Umberto Galimberti,La parola ai giovani nel capitolo che si intitola Non ogni sofferenza è patologia. In particolare, il capitolo si apre con questa domanda legittima: “Ma davvero abbiamo bisogno di un’assistenza psicologica ogniqualvolta la nostra vita si fa incerta?” È la domanda di una ragazza di ventun anni iscritta alla Facoltà di Psicologia e che ha seguito un percorso di psicoterapia. Nonostante ciò esprime le sue perplessità rispetto alla “deriva terapeutica, che iperpatologizza tutto. Tutto diventa terapia e tutto diventa terapeutizzabile.”

In questo senso, tutte le discipline che per loro natura si esprimono attraverso l’animo umano e che se fatte bene devono nuotare negli abissi dell’animo umano, diventano terapia. Così il teatro, che amo tanto e che faccio da più di vent’anni diventa teatro- terapia; stessa cosa per la musica, l’arte pittorica e via di questo passo. Ma che fine fa l’individuo se tutte le sue problematiche devono essere terapeutizzate e passate al vaglio di professionisti esperti di una sola disciplina qual è la psicologia con i suoi diversi indirizzi?

Se le naturali “crisi” esistenziali o quelle dovute alle circostanze possono essere superate solo attraverso un percorso psicoterapico, se solo gli psicologi possono intervenire in questo senso, che fine fa il ruolo dei docenti, dei sociologi, dei filosofi, dei formatori e di tutte quelle professioni che per loro natura si occupano di prendersi cura delle persone?

Ma la ragazza va oltre e con un’incredibile lucidità si domanda: “Non rischiamo di voler estendere il dominio della razionalità o includere il senso cosciente anche laddove non è necessario? Per esempio, dove agisce la sublimazione artistica che si nutre del dolore e del turbinio emotivo”?

In effetti, sembra che la nostra società non accetti proprio la dimensione del dolore, della sofferenza e della tristezza e tutto ciò che attraverso di essi possiamo imparare.  

Perché penso che il punto sia anche questo. L’apprendimento.

Una lettura audace della questione la suggerisce il sociologo Frank Furedi nel libro “Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana”, dove scrive: “L’imperativo terapeutico che si va diffondendo promuove non l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione. Infatti, postulando un sé fragile e debole, implica che per la gestione dell’esistenza sia necessario il continuo ricorso alle conoscenze terapeutiche. È allarmante che tanti cerchino sollievo e conforto in una diagnosi. Si può individuare, nell’istituzionalizzazione di un’etica terapeutica, l’avvio di un regime di controllo sociale. La terapia, infatti, come la cultura più vasta di cui fa parte, insegna a stare al proprio posto. In cambio offre i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento”.

Ma siamo davvero tutti affetti da “ansia generalizzata” se perdiamo il lavoro, se nostro figlio non vuole più andare a scuola, se perdiamo i nostri punti di riferimento? E se uno è timido è davvero etichettabile come affetto da “ansia sociale”? E se un’artista si esprime fuori da canoni convenzionali, che tipo di disagio o disturbo di personalità ha? E una persona che manifesta un forte amor proprio o soltanto una caratteristica eccentrica non rischia di essere etichettata come narcisista?

Questo tipo di pensiero può sicuramente giovare a quel potere che fa meno fatica a gestire personalità omologate piuttosto che utilizzare altre forme coercitive e atti di violenza, perché in questo modo le persone non sentono più il desiderio di opporsi e ribellarsi. In questo modo si deresponsabilizzano le Istituzioni riportando la responsabilità del disagio al singolo individuo, quando in ballo ci siamo davvero tutti, perché anche se ci sentiamo assolti, siamo comunque coinvolti, per citare il poeta menestrello.

Penso che questo tipo di visione non sia congeniale solo per i poteri forti ma anche per le lobby che detengono la fetta di mercato che si occupa della salute e della cura. Ma lo è anche per quelle figure che sentendosi in crisi rispetto al proprio ruolo, hanno abdicato a questo messaggio dimenticando il valore profondo della propria professione. E mi riferisco a tutti gli attori del mondo dell’educazione, dell’istruzione e della formazione a tutti i livelli, dalle scuole inferiori fino all’Università. E a tutte le restanti professioni di cura della persona che si sono dimenticate l’aspetto umano a favore di del mercato farmaceutico e quello delle cure che si occupano soltanto dell’aspetto materiale.

Come formatrice, come docente, come scrittrice e come persona che ha studiato per necessità le discipline psicologiche e che ha fatto ricorso per anni a percorsi terapeutici, non posso che apprezzare la voce di questa ragazza. Ringrazio i professionisti psicoterapeuti che mi hanno accompagnato nel percorso ma ringrazio soprattutto la voce di questa giovane donna perché mi ha ricordato il motivo per cui scelsi di iscrivermi alla Facoltà di Scienze dell’Educazione di Bologna che aveva un approccio esistenziale: perché volevo una formazione che tenesse conto di molteplici prospettive, un approccio integrato che oggi mi fa affrontare le problematiche della vita non solo dal punto di vista psicologico ma che da quello antropologico, sociologico, filosofico e educativo. E per ultimo sono orgogliosa di aver passato diversi anni studiano il counseling gestaltico perché mi ha fornito ulteriori strumenti per completare le mie competenze nel settore delle discipline umane.

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