I social e il bisogno di riconoscimento

nina_fumetto2I nativi digitali sono una generazione giovane, composta da ragazzi che fanno del digitale il loro pane quotidiano. Questo processo porta a delle conseguenze che si ripercuotono sulla vita reale e che segnano dei profondi cambiamenti sociali.

L’utilizzo dei social network è un punto fondamentale per analizzare il comportamento di questa generazione; Instagram e Facebook in particolare. Il social networking permette cose che risultano essere importanti agli occhi di questi ragazzi. Prima fra tutte è l’interazione, seguita dalla collaborazione e dalla condivisione. Il punto è che spesso essi vivono in un paradosso.

È come se questa generazione fosse alla ricerca di un proprio spazio privato, e lo cercasse nel virtuale dal momento che nel reale lo percepisce come negato. Cercare questo spazio nel virtuale significa renderlo pubblico ed è per questo che Boccia Artieri parla di “spazio privato in pubblico”.

Cosa vuol dire? Avere una pagina personale in cui si caricano quotidianamente contenuti significa in un certo senso mettersi in mostra, esibirsi. Mettere le proprie foto in alcuni casi sembra dirci “io sono questo, guardatemi esisto, amatemi”. Penso che sia troppo riduttivo pensare a nuove forme di esibizionismo. Penso piuttosto, che questi modi di comunicare potrebbero essere sintomi di un bisogno sfrenato di parlare di sé, di raccontarsi e quindi, di essere riconosciuti come persone.

Sebbene la rete renda pubblici i contenuti alla velocità della luce e possa in qualche caso far venir meno l’intimità e la riservatezza degli stessi, nessuno costringe gli utenti a caricarli. La realtà è che questi ragazzi sentono la pulsione di parlare di sé, di esprimersi e di far saper al maggior numero possibile di persone quello che sono, le emozioni che provano e i sogni che hanno.

E perché lo fanno? Cos’è che non stanno trovando?

Una motivazione potrebbe essere che la società di oggi ci costringe molte volte a delle relazioni sociali sempre più frettolose e quasi superficiali. La rete diventa quindi la valvola di sfogo per le emozioni più profonde, senza inibizioni e con il filtro delle non-presenza, nel senso che esprimersi scrivendo o caricando dei contenuti è sicuramente più semplice che farlo nel contatto, di fronte a qualcuno in carne ed ossa. E non lo è solo per i giovani.

È come se ci guardassimo senza vederci davvero. Per non parlare del conoscersi attraverso il corpo o una delicata carezza. Tanto basti che quando ci si conosce nei luoghi virtuali, la comunicazione diventa naturalmente informale. Ma cosa accade quando ci si presenta di persona? Solitamente imbarazzo. Sono 30 secondi che raccontano tutta la trasformazione emotiva che avviene dentro di noi per far combaciare la conoscenza fugace del virtuale a quella un po’ più autentica che necessariamente arriva attraverso una stretta di mano e uno sguardo.

Credo che sia necessario comprendere profondamente questi nuovi bisogni per poterli soddisfare. E credo anche che si possano trovare nuove forme di relazione che tengano conto dei nuovi mezzi di comunicazione.

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