Non voglio abituarmi

Preferisco passare per ingenua

La giornata non è ancora cominciata del tutto. Prendo il telefono e leggo un articolo prima di dedicarmi al lavoro. È un gesto quotidiano: uno sguardo a quello che succede nel mondo, mentre penso già agli impegni che mi aspettano.

Poi una notizia mi ferma.

In un articolo di Fanpage leggo che, a Gaza, mezzo milione di persone ha perso l’accesso agli aiuti alimentari del Programma alimentare mondiale. Mancano i fondi. Si riducono le razioni, diminuiscono i pasti caldi, si cerca di far durare quello che resta.

Rileggo. Mezzo milione di persone.

Subito dopo penso a Nedam e alla sua famiglia. Gli mando un messaggio.

«Hi Nedam, how are you? Tell me what’s happening over there, please…»

Mi risponde:

«Hi mam, things are taking a terrible turn, as famine has begun once again.»

Le cose stanno prendendo una piega terribile. La carestia è ricominciata.

Conosco Nedam da un anno e mezzo e, quando posso, lo sostengo. Era uno studente di ingegneria informatica. Un ragazzo gentile. In questo tempo sono rimasta in contatto con lui, l’ho ascoltato, ho cercato di essergli vicina. Ho conosciuto la sua famiglia e la sua fidanzata, che nel frattempo è diventata sua moglie.

Mentre rileggo quel numero, penso a loro. Mi chiedo come stiano, quanto cibo abbiano, come affrontino un’altra giornata. Quella notizia entra nelle nostre conversazioni, nelle cose che mi ha raccontato, nell’attesa di sapere come sta.

Tutto quello che Nedam vuole è dignità. Poter vivere, non soltanto cercare di sopravvivere. Avere un futuro da costruire insieme a sua moglie.

Tra poco comincerò la mia giornata. Ho del lavoro da fare, qualche preoccupazione, cose che rimando e altre a cui tengo. Non devo chiedermi se oggi potrò mangiare. Questa differenza mi resta addosso mentre abbasso il telefono.

Mi fermo sulle parole mancano i fondi. So che, per chi organizza gli aiuti, significano risorse da trovare e scelte dolorose. Non è a chi deve distribuire quel poco che resta che rivolgo la mia domanda.

Mi chiedo come arriviamo, come comunità umana, a questo punto. Come possiamo disporre di conoscenze, tecnologie e capacità organizzative straordinarie e lasciare che così tante persone non abbiano ciò che serve per vivere.

La precarietà che ci riguarda

Penso spesso alla precarietà del nostro tempo. La incontriamo nel lavoro, nei progetti che fatichiamo a fare, nella sensazione che anche ciò che sembrava acquisito possa essere rimesso in discussione.

Ma c’è una precarietà più profonda: riguarda la fiducia nel mondo che abitiamo. Il bisogno di sapere che esistono responsabilità riconoscibili, limiti alla violenza, istituzioni alle quali chiedere protezione e giustizia.

Non voglio mettere sullo stesso piano la nostra inquietudine e la condizione di chi vive sotto le bombe o dipende dagli aiuti per mangiare. Sarebbe una confusione ingiusta.

Quello che accade a Gaza, però, non resta fuori dalle nostre vite soltanto perché è lontano. Interroga l’idea di umanità che siamo disposti a difendere. Ci chiede quanto valgano davvero i diritti quando riconoscerli comporta un costo, un’assunzione di responsabilità, una scelta scomoda.

Avverto una resa ogni volta che la sofferenza diventa qualcosa da amministrare senza più domandarsi come interromperla. Quando ci abituiamo al fatto che alcune persone possano restare senza casa, senza cure, senza cibo, e impariamo a considerarlo parte del funzionamento del mondo.

Io non voglio abituarmi. Anche perché, quando leggo quelle notizie, penso a una persona alla quale posso scrivere. E alla sproporzione tra la semplicità del mio gesto e la difficoltà della sua risposta.

È questo che temo di un potere tecnocratico: la possibilità di decidere della vita delle persone mantenendosi abbastanza lontani da non doverle incontrare.

Non temo la competenza. Ne abbiamo bisogno. Temo una competenza che si ritenga dispensata dalle domande etiche; un’efficienza che non chiarisca al servizio di chi stia lavorando; decisioni nelle quali le persone compaiano soltanto come costi, quantità, ostacoli o risorse da utilizzare.

Possiamo diventare molto abili nel gestire un sistema e perdere di vista la vita che quel sistema dovrebbe rendere possibile.

Per questo la crisi delle istituzioni mi preoccupa. Da loro mi aspetto qualcosa di più della gestione continua delle emergenze. Mi aspetto la capacità di custodire i diritti, rendere conto delle scelte e costruire condizioni di convivenza.

Mi aspetto una visione di futuro nella quale individui, comunità e popoli possano trovare spazio e dignità. Non un mondo privo di conflitti, ma un mondo nel quale il conflitto non autorizzi a cancellare l’altro.

So che le istituzioni hanno limiti, vincoli e contraddizioni. Riconoscerli, però, non significa rinunciare a chiedere loro di essere all’altezza delle proprie responsabilità.

Mentre scrivo, immagino già l’obiezione: è un discorso idealista. Le cose sono più complicate.

Lo sono. E proprio per questo vorrei che continuassimo a pensarle, invece di usare la loro complessità come motivo per smettere di farci domande.

A cinquantadue anni ho deciso che preferisco passare per ingenua piuttosto che scivolare nel bieco cinismo.

Non perché mi senta al riparo dalla sfiducia. Conosco anch’io la stanchezza di leggere, indignarmi e ritrovarmi, qualche giorno dopo, davanti a un’altra notizia che sembra rendere inutile ogni parola. Conosco la tentazione di proteggermi pensando che tanto non cambierà niente.

Ma non voglio fare di quella stanchezza una convinzione sul mondo.

Il cinismo mi sembra chiedere una rinuncia troppo grande: smettere di aspettarsi qualcosa dagli altri, dalle istituzioni e, infine, anche da sé. Considerare la cura una debolezza e l’interesse personale l’unica spiegazione credibile di ogni comportamento.

Io continuo a vedere anche altro. Persone che ascoltano, si assumono responsabilità, cambiano idea, provano a riparare. Non cancellano il male, ma mi impediscono di considerarlo l’unica realtà possibile.

Le parole e la relazione

Credo nel valore della relazione e dell’empatia. Non penso che bastino a fermare una guerra. Penso che siano necessarie per contrastare la disumanizzazione, per non arrivare ad accettare che alcune vite possano contare meno di altre.

L’empatia non mi chiede di presumere di sapere che cosa prova Nedam. Non lo so. Posso ascoltare ciò che mi racconta, senza sovrapporre la mia esperienza alla sua. Posso riconoscere che c’è molto che non riesco a comprendere e restare comunque presente.

Credo anche nelle parole. Per questo cerco di fare attenzione a quelle che uso e a quelle che leggo. Alcune aiutano a vedere; altre rendono tutto così astratto da allontanarci dalle conseguenze concrete.

Dietro una riduzione degli aiuti ci sono persone che mangeranno meno. Tenere insieme la decisione e ciò che comporta nella vita di qualcuno è già un esercizio di pensiero.

E credo nel pensiero critico: nella disponibilità a verificare, distinguere, mettere in discussione anche le idee alle quali sono affezionata. Non voglio difendere una posizione rendendola impermeabile alle domande. Voglio continuare a sceglierla con consapevolezza.

La fiducia nella relazione non è rimasta soltanto una convinzione privata. Ne ho fatto un mestiere.

Nel counseling cerco di offrire uno spazio in cui una persona possa sentirsi ascoltata senza essere ridotta al problema che sta attraversando. Un luogo in cui dare un nome alla propria esperienza, riconoscere possibilità e limiti, ritrovare un margine di scelta.

Questo lavoro non sostituisce la politica, la giustizia o la responsabilità delle istituzioni. E non vorrei mai che l’invito a cercare risorse dentro di sé diventasse un modo per lasciare le persone sole davanti a condizioni ingiuste. Non tutto può essere risolto attraverso un cambiamento individuale.

Eppure ci hanno insegnato a pensare soprattutto in termini individuali: il nostro successo, la nostra realizzazione, la capacità di farcela con le nostre forze. Come se ciascuno potesse costruire il proprio futuro indipendentemente da ciò che accade agli altri.

Non metto in discussione il valore dell’individuo, ma l’idea che possa bastare a sé stesso. La nostra vita prende forma nelle relazioni, nelle comunità, nelle condizioni che condividiamo. Anche ciò che chiamiamo autonomia ha bisogno degli altri: di qualcuno che ci abbia accompagnato, di diritti riconosciuti, di servizi, di possibilità che non abbiamo creato da soli.

Il nostro destino è inevitabilmente legato a quello degli altri. Dimenticarlo può darci, per un po’, l’illusione di essere al sicuro. Ma la distanza non ci rende estranei, e il privilegio di poter distogliere lo sguardo non significa che ciò che accade non ci riguardi.

È per questo che mi sento coinvolta. Non perché ogni sofferenza sia la mia, né perché pretenda di comprenderla fino in fondo. Mi sento coinvolta perché riconosco di appartenere allo stesso mondo. E non riesco a pensare il mio futuro senza chiedermi quale futuro stiamo rendendo possibile agli altri.

Conoscere Nedam ha reso questo legame più concreto. Ma non dovrebbe essere necessario conoscere qualcuno per riconoscere il suo diritto a vivere con dignità.

Ripenso alla notizia letta prima di cominciare la giornata e al messaggio di Nedam. Non ho trovato una conclusione capace di mettermi in pace. La sua risposta non contiene nulla che io possa risolvere con una frase.

Posso continuare a esserci, nei limiti di quello che posso fare. Sostenerlo quando mi è possibile. Ascoltare senza pretendere che mi rassicuri. Non dimenticarlo quando chiudo la conversazione e torno ai miei impegni.

E posso continuare a chiedere alle istituzioni di fare il proprio dovere, senza usare le loro mancanze come un alibi per il mio disimpegno.

A cinquantadue anni, è questa la posizione che scelgo di abitare. Con dubbi, limiti e giornate di stanchezza. Non ho intenzione di abbandonarla solo perché sarebbe più comodo aspettarsi meno dall’umanità.

Se significa passare per ingenua, posso accettarlo.

Quello che non voglio è leggere il messaggio di un ragazzo che desidera soltanto una vita dignitosa e convincermi che la sua fame non mi riguardi.

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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