La saggezza degli elefanti e il viaggio per risalire dai lutti

Laura sedeva in silenzio sul divano, un vecchio album di fotografie tra le mani. Una pagina dopo l’altra, i ricordi della sua vita scorrevano davanti ai suoi occhi come un fiume in piena. Fu allora che notò una fotografia che non vedeva da anni: una gattina che aveva vissuto con lei per tanto tempo e che se ne andò durante un trasloco.

Sentì una fitta al cuore. “Come può una vecchia foto farmi sentire così vuota?” si chiese. Non era la prima volta che si trovava sopraffatta da un’emozione simile, ma quel giorno decise di non ignorarla. C’era qualcosa da capire, qualcosa che chiedeva di essere ascoltato.


Nel cercare risposte, Laura si immerse nella lettura di articoli e libri. Fu così che scoprì una storia che la toccò profondamente: gli elefanti, quegli enormi giganti gentili, vivevano il lutto con una grazia e un’intensità che le ricordavano quanto fosse naturale soffrire per una perdita.

Aveva letto di un branco che, alla morte di un compagno, si era fermato per giorni accanto al suo corpo, accarezzandolo con la proboscide e coprendolo con rami e foglie. Alcuni elefanti tornavano sul luogo della morte mesi dopo, quasi per rendere omaggio al loro amico scomparso.

Laura chiuse il libro, colpita. “Se gli elefanti, in tutta la loro maestà, si concedono il diritto di soffrire per i loro compagni, perché io non riesco a fare lo stesso con le mie perdite?” pensò.


La vita di Laura non era stata segnata solo da grandi dolori, come la perdita di una persona cara. C’erano stati anche i cosiddetti “piccoli lutti”: il divorzio che l’aveva lasciata con una sensazione di fallimento, il progetto a cui aveva dedicato mesi senza che vedesse mai la luce, il trasloco che l’aveva allontanata dalla casa della sua infanzia.

E poi c’era quel senso di vuoto che non aveva mai saputo spiegarsi. Ora cominciava a capire: ogni separazione, anche la più piccola, lasciava un’impronta, un nodo invisibile che aspettava di essere sciolto.

“Non tutti i lutti hanno lo stesso peso,” rifletté, “ma ogni perdita merita di essere riconosciuta. Ignorarla non fa altro che appesantire il cuore.”


Man mano che rifletteva, Laura si rese conto di quanto fosse difficile esprimere il proprio dolore in una società che tendeva a reprimerlo. Quante volte aveva sentito frasi come: “Sii forte,” “Non pensarci,” o “Il tempo guarisce tutto”? E quante volte, per paura di essere giudicata, aveva nascosto le sue lacrime?

Le tornò in mente un episodio di qualche anno prima: il giorno in cui suo figlio era partito per l’università. Aveva sentito un nodo alla gola mentre lo vedeva caricare le valigie in macchina. Avrebbe voluto piangere, ma si era trattenuta. “Non voglio sembrare una madre invadente,” si era detta. Ma quel nodo era rimasto lì, irrisolto.

“Le lacrime sono un dono,” pensò ora. “Sono il modo in cui il nostro cuore si libera del peso che lo opprime. Perché dovremmo reprimerle?”


In una libreria, Laura trovò un libro che parlava delle cinque fasi del lutto, descritte dalla psichiatra Elisabeth Kübler-Ross

Leggendo, si riconobbe in quelle pagine. Ricordò come, dopo il divorzio, avesse passato mesi negando che il suo matrimonio fosse davvero finito. Poi c’era stata la rabbia, contro di sé e contro il mondo. E ancora, la negoziazione: “Se fossi stata più paziente, le cose sarebbero andate diversamente?”

Ora, finalmente, si sentiva vicina all’accettazione. Ma ciò che il libro le insegnò fu che il lutto non seguiva un percorso lineare. Le emozioni potevano tornare, alternarsi, mescolarsi. E questo andava bene. “Non c’è un modo giusto o sbagliato di soffrire,” pensò.


Una sera, Laura prese carta e penna. Decise di scrivere lettere alle sue perdite. Una al suo ex marito, una alla casa che aveva lasciato, una al progetto che non era mai nato. In ogni lettera, esprimeva il dolore, ma anche la gratitudine per ciò che quelle esperienze le avevano insegnato.

Scrivere la aiutò a liberarsi di quel peso che aveva portato per anni. Non era una magia: il dolore non sparì, ma si fece più leggero, più gestibile.


Un pomeriggio, mentre lavorava nel suo giardino, Laura notò come alcune piante avessero bisogno di essere potate per crescere più forti. “Forse anche noi siamo così,” pensò. “Ogni perdita è come un ramo che viene tagliato. Fa male, ma lascia spazio per qualcosa di nuovo.”

Da quel giorno, Laura imparò a vedere il lutto non come una fine, ma come una trasformazione. Ogni separazione, per quanto dolorosa, le aveva insegnato qualcosa: la forza di lasciar andare, la bellezza della guarigione, il coraggio di ricominciare.

E mentre continuava il suo viaggio, con il cuore più leggero, sapeva che ogni perdita, grande o piccola, era un seme da cui poteva nascere una nuova vita.


Se vuoi superare le sfide e le naturali crisi dell’esistenza per vivere una vita sana e appagante contattami. Sarò lieta di accompagnarti nel tuo cammino.

Grazie per il tuo tempo⚘️

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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