Vinili

Ci sono colonne sonore che ci accompagnano per tutta la vita. Ho conosciuto Keith Jarrett grazie ad un amico che suona il contrabbasso e da allora nei momenti importanti lo ascolto come un balsamo. Stavo facendo un seminario intensivo sulla Consapevolezza del corpo nella bella valle di Levico. L’attività si svolgeva prevalentemente nell’osservarci mentre l’insegnante ci indicava alcuni movimenti per esplorare il nostro corpo, il pensiero e le emozioni.

Eravamo tutti molto entusiasti ma io non mi sentivo pienamente a mio agio perché alcuni
movimenti non mi venivano come volevo. Anzi, non venivano in quel modo armonioso ed elegante che vedevo compiere da alcune mie compagne di corso. Un gesto consapevole – ci dicevano – è un gesto che passa da essere difficile ad essere facile per trasformarsi in elegante. E l’eleganza è sempre stata una mia fissazione.

Una sera Marco vedendomi innervosita e abbattuta per i miei sforzi senza risultati, mi portò a bere una birra e mi parlò di Keith Jarrett e del suo indiscusso talento. L’artista era praticamente nato con la musica e il pianoforte era il prolungamento delle sue braccia. Era uno di quelli che faceva prima a dirti una cosa suonando piuttosto che parlare, anche perché con il suo brutto carattere avrebbe finito per essere frainteso. Purtroppo, gli capitò un ictus che gli impedì di suonare come prima e per lui fu davvero un momento tragico.

Ma la sera del 24 gennaio del 1975 successe qualcosa di straordinario. Jarret doveva suonare all’Opera Haus di Colonia. Erano notti che non dormiva per un atroce mal di schiena. Era nervoso e pieno di antidolorifici. Il dolore era contenuto da un tutore spinale che lo aiutava a muoversi con difficoltà.
Arrivato alle prove non trovò il pianoforte che aveva chiesto e andò su tutte le furie rischiando di mandare tutto all’aria. Ma certi “mali” non vengono per
nuocere e quella sera sarebbe diventata indimenticabile.

Sul palco gli fu portato un Bösendorfer, e solo poco prima del concerto si accorse che aveva un pedale rotto oltre ad essere poco accordato. Sembrava andare tutto storto. Il pedale rotto, la schiena a pezzi e una tensione altissima per l’aspettativa della prestazione.
Ma a quel punto Jarret accettò la sfida e decise di trasformare l’avversità in qualcosa di eccezionale.

E così fu. Partì in sordina studiando il piano cercando di entrarci in contatto. Era chiaro che né lui né il suo amico a coda fossero nel pieno delle proprie forze ma grazie a quelle condizioni interpretò i brani come mai aveva fatto prima. E fu così che da una imperfetta perfezione si creò il mito.

The Kӧln Concert

             Credo di averlo ascoltato migliaia di volte e solo dopo aver conosciuto questo
aneddoto ho davvero sentito tra le note quella particolare sintonia che si può sentire tra il pianoforte e l’artista. Se ascolterete bene vi accorgerete che in quella interpretazione c’è tutto: la fatica, la rabbia, la tenacia e poi la tenerezza e la passione e ancora il coraggio. Un tutt’ uno mistico e trascendente in cui il pathos lascia via libera alla grazia.

Thomas Navarro nel suo libro “WABI SABI”, descrive la teoria dell’efficacia per tenere duro di fronte alle avversità. Secondo questa tesi il primo elemento importante è sentirsi sufficientemente competenti per persistere in quello che stiamo cercando di
fare. In questo caso è importante il ruolo dell’educazione. La sensazione opposta alla competenza è l’insicurezza, quando cioè si ha l’impressione di non avere capacità e risorse necessarie per fronteggiare una situazione, in questo caso ci rassegniamo invece di tenere duro. 

Per sviluppare la consapevolezza della competenza occorre munire noi stessi di risorse cristallizzate e fluide.
Le prime sono attinte dall’esperienza, a partire da un’analisi del vissuto, e immagazzinate nella nostra mente. Le seconde, invece, sono dinamiche che ci aiutano a vivere e adattarci in modo migliore. Per esempio, la capacità di analisi, la creatività o la capacità di pensiero di alto livello, agevolano la presa di decisioni. 

A volte si rivolgono a me persone piene di risorse e difese emotive ma che sono inconsapevoli del proprio potenziale. Il mio lavoro consiste nell’aiutarle a prendere contatto con le difese emotive, perché quando uno crede di non possederle è come se non le avesse davvero.

Conoscere le nostre risorse e le nostre difese emotive è il primo passo per poterle usare come strumenti capaci di aiutarci realizzare gli obiettivi. E quando ci sentiamo sicuri, siamo anche meglio disposti ad affrontare una sfida una difficoltà.

La seconda componente individuata in questa teoria è il significato che si attribuisce all’accaduto.
Se l’avversità viene elaborata e riletta attraverso un significato positivo diventa un punto di partenza per l’apprendimento.

La sfida è quella cosa che richiede uno sforzo ma non impone una sofferenza. La determinazione che proviamo nel voler fronteggiare le situazioni significa attendere con pazienza l’opportunità per entrare in azione. 

Credo che sia stata questa determinazione intelligente e la consapevolezza del proprio talento che ha consentito a Jarrett di rispondere in un modo brillante è magico alla sua avversità. 

Alla fine non sono mai stata in grado di compiere quei movimenti con l’eleganza che avevo
in mente all’inizio e probabilmente ho dovuto abbandonare ambizioni che non facevano parte del mio sé autentico. Ma una cosa l’ho imparata: non tutti gli impedimenti vengono per nuocere. Talvolta è proprio grazie a queste situazioni che entriamo nella possibilità di accedere ad uno stato migliore di noi stessi.

E ogni volta che ascolto il concerto di Colonia mi commuovo!

 

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Grazie per il tuo tempo!

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e Gestalt Counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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Ontologia, psicoanalisi, logica. Personale docente Università degli studi di Verona

Logica, filosofia della scienza. Psicoanalisi clinico didattica.

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