Sollevare domande critiche

Riprendiamo la nostra esplorazione del concetto di ‘pensiero critico’ e delle sue caratteristiche. Il seguente dialogo è basato su un articolo che fu pubblicato originalmente su Liberal Education [1985] dal Prof. Peter A. Facione del Dipartimento di Filosofia della California State University, è stato coordinatore di un gruppo di studiosi che si occupava della definizione operativa di «pensiero critico».

In questo dialogo poniamo l’attenzione all’utilizzo delle domande come strumento d’indagine e di approfondimento, non solo per conoscere i fenomeni ma anche per approfondirli attraverso una visione più complessa e completa.

 

  1. Sollevare in maniera cosciente le domande «Che cosa sappiamo…? Come facciamo a sapere…? Perché accettiamo o crediamo che…? Quali sono le prove per…?» quando si studia un certo insieme di argomenti o si affronta un problema.

 

ARTEMISIA: A proposito di pensiero critico, consideriamo l’affermazione, che verrebbe fatta da ogni studente e da ogni persona adulta, secondo cui la Luna brilla a causa della luce solare riflessa. Quante persone sono in grado di descrivere le semplici prove, che sono alla portata di chiunque sia in grado di vedere, che conducono a questa conclusione?

CAVARADOSSI: Ciò non richiede capacità intellettuali straordinarie; i bambini sono perfettamente in grado di seguire il ragionamento e di capirlo; tutto ciò che si deve fare è guidarli a osservare le posizioni sia del Sole sia della Luna, non solo quella della Luna, per alcuni giorni consecutivi.

ARTEMISIA: Eppure, per la maggioranza della nostra popolazione, il «fatto» che la Luna brilla di luce solare riflessa è una conoscenza ricevuta da altri e non sostenuta dalla comprensione delle motivazioni. Si potrebbe dire esattamente la stessa cosa riguardo all’affermazione secondo cui la Terra e i pianeti orbitano attorno al Sole.

CAVARADOSSI: Ma con questo cosa vorresti dire?

ARTEMISIA: Voglio dire che il «Come facciamo a sapere … ?» dovrebbe essere una parte irrinunciabile della cultura generale; invece, per la maggioranza delle persone si tratta di una conoscenza comunicata da altri. Questioni simili dovrebbero essere poste e sollevate in altre discipline: come fa lo storico a sapere in che modo vivevano gli egiziani, i babilonesi o gli ateniesi? Quali sono le prove dell’affermazione secondo cui determinate politiche fiscali ed economiche promuovono la stabilità economica?

CAVARADOSSI: Diversi ricercatori nel campo dello sviluppo cognitivo [Anderson (1980); Lawson (1982)] descrivono due classi principali di conoscenza: figurativa o dichiarativa da una parte, e operativa o procedurale dall’altra. La conoscenza dichiarativa consisté nel conoscere i «fatti» (la materia è composta di atomi e molecole; gli Stati Uniti entrarono nella seconda guerra mondiale dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor nel dicembre del 1941). La conoscenza operativa richiede di comprendere da dove provenga la conoscenza dichiarativa e quali ne siano le basi (Che cosa intendiamo con i termini «ossigeno» e «anidride carbonica» e come facciamo a sapere che sono sostanze diverse? Quali eventi politici ed economici, di importanza mondiale, sono alla base della dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti?). Inoltre, la conoscenza operativa richiede la capacità di utilizzare, mettere in pratica, trasformare o riconoscere l’importanza della conoscenza dichiarativa nelle nuove situazioni.

ARTEMISIA: Come sosteneva Whitehead «Sopra ogni cosa dobbiamo fare attenzione a quelle che chiamerò ‘idee sterili’, cioè idee che vengono semplicemente ricevute dalla mente senza essere utilizzate, o sottoposte a verifica, o usate per ottenere nuove combinazioni».

CAVARADOSSI: il problema è la tendenza a semplificare e a fornire informazioni parziali, o come sostiene John Gardner “la tendenza a fornire ai nostri studenti i fiori tagliati mentre si impedisce loro di vedere le piante in crescita».

ARTEMISIA: I bambini che non vanno ancora a scuola pongono quasi sempre delle domande del tipo «Come facciamo a sapere? Perché crediamo che sia vero?», fino a quando l’istruzione formale insegna loro di non farlo. La maggioranza degli studenti di scuola superiore e dell’università deve quindi essere spinta, tirata e stimolata a porre ed esaminare questioni di questo tipo.

CAVARADOSSI: Io penso e ne sono quasi certo che se si forniscono tempo e incoraggiamento già dalla scuola dell’obbligo, l’abitudine all’indagine può essere coltivata, la competenza può essere aumentata, e può essere comunicata la soddisfazione che deriva dall’avvenuta comprensione.

ARTEMISIA: L’effetto sarebbe molto più evidente e lo sviluppo sarebbe molto più rapido se questa richiesta fosse fatta in maniera coordinata e simultanea nelle materie scientifiche, umanistiche, storiche e relative alle scienze. Abituerebbe il pensiero alla comprensione e ad abbracciare la complessità perché si cercherebbe di intuire la trama che lega diversi temi.

 

 

…. in che modo possiamo continuare a farci domande potenzianti?

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Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico filosofico e gestalt counselor. Umanista convinta, mi occupo da oltre 15 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità.

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