Il tempo che ci appartiene. Il coraggio di custodire i nostri giorni

Nel film La grazia di Paolo Sorrentino, è la figlia di un Presidente indeciso a porre questa domanda al padre. Una domanda semplice, quasi disarmante. Eppure radicale. Perché ci costringe a fermarci. A guardarci dentro. A chiederci: a chi appartiene davvero il tempo che viviamo?

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Sempre più spesso sento persone definirsi “criceti nella ruota”. Corrono, producono, rispondono, organizzano, consegnano. Senza tregua. Senza respiro. Se tutto è urgente, allora nulla è davvero importante. Se ogni cosa reclama attenzione immediata, le priorità si dissolvono. E con esse il senso.

Eppure esistono almeno due tempi che abitano la nostra vita.

C’è un tempo del fare, un tempo veloce. È il tempo dell’azione, dell’energia, della determinazione. È il tempo in cui costruiamo, decidiamo, affrontiamo, realizziamo. In questo tempo abbiamo bisogno di lucidità e di competenza. Per fare bene le cose occorrono presenza mentale, capacità di analisi, responsabilità. Il tempo veloce è necessario: è il tempo della concretezza.

Ma se diventa l’unico tempo possibile, il rischio è il caos. La frustrazione. La pressione costante. L’ansia da prestazione. Un affanno che non lascia spazio alla comprensione profonda di ciò che stiamo facendo e, soprattutto, del perché lo stiamo facendo.

Accanto a questo esiste un tempo dell’esistenza, un tempo lento. È il tempo in cui respiriamo. In cui recuperiamo energia. In cui ascoltiamo il nostro corpo. È il tempo della contemplazione: come i gatti che fissano un punto fuori dalla finestra, immobili e assorti, apparentemente inattivi ma profondamente presenti. Nel tempo lento non produciamo, ma viviamo. Gustiamo. Sentiamo. Ritroviamo il contatto con ciò che conta.

La salute – psicologica, emotiva, relazionale – sta nel trovare il giusto ritmo tra questi due tempi. Non nell’eliminare il fare, ma nel non sacrificare l’essere. Non nel rinunciare all’azione, ma nel saperla alternare alla quiete.

E allora la domanda ritorna: di chi sono i nostri giorni?

Qui è necessaria una distinzione importante. Perché scegliere non è un privilegio universale. La scelta appartiene a chi ha possibilità. Ci sono situazioni – di infermità, di fragilità, di detenzione – in cui il tempo dipende dalle decisioni di altri. Il tempo del malato è scandito da terapie e diagnosi. Il tempo di chi è fragile è condizionato da assistenze e limiti. Il tempo di chi è detenuto è regolato da orari imposti. In questi casi, parlare di “scegliere il proprio tempo” rischia di essere una retorica vuota.

Ed è qui che dovrebbe aprirsi un dibattito etico sul nostro tempo collettivo. In un’epoca in cui la vita sembra aver perso significato e valore, in cui l’efficienza supera la dignità e la velocità diventa parametro di successo, dovremmo chiederci: che tipo di società stiamo costruendo? Una società che restituisce tempo alle persone o che lo sottrae?

Chi, come me, ha avuto la fortuna di nascere dalla parte fortunata del mondo, ha una responsabilità. Un impegno verso se stesso e verso gli altri. Verso se stesso, nel non sprecare i propri giorni inseguendo urgenze che non gli appartengono. Nel proteggere spazi di lentezza, di pensiero, di autenticità. Verso gli altri, nel contribuire a creare condizioni in cui più persone possano scegliere. Scegliere come vivere. Come lavorare. Come curarsi. Come esistere.

Perché alla fine, la vera grazia non è avere più tempo. È poter dire che i nostri giorni ci appartengono. Che non sono solo consumati, ma abitati. Che non sono soltanto riempiti, ma vissuti.

E allora, forse, la domanda non è solo “di chi sono i nostri giorni?”, ma: cosa facciamo perché siano davvero nostri?

Se qualcuno osservasse le tue giornate dall’esterno, direbbe che stai vivendo secondo le tue priorità o secondo le urgenze degli altri?

Quale parte del tuo tempo senti davvero tua — e quale, invece, stai cedendo senza averlo scelto consapevolmente?

Se i tuoi giorni fossero un bene prezioso da custodire, cosa cambieresti già da domani per onorarli di più? 🌿

Pubblicato da Dott.ssa Anna Perna

Formatrice ad approccio umanistico esistenziale e Counselor Professionista Supervisore. Mi occupo da oltre 20 anni di apprendimento continuo, di sviluppo della persona e delle comunità. Sono appassionata d'arte e di viaggi e per questo sempre in cammino.

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