Porte aperte al 2020

Ecco come si affacciano al nuovo ventennio. La società è malata.

Non sa più cosa voglia dire stare insieme. Ci siamo talmente tanto abituati ad ottenere quello che vogliamo che non sappiamo più cosa voglia dire mediare, negoziare, accomodarsi, trovare un accordo.

Non abbiamo la pazienza di ascoltare ne tanto meno di costruire qualcosa che non sia come diciamo noi.

Lavoratori frustrati, datori di lavoro assorbiti nel timore del fallimento o annebbiati dai profitti; insegnanti demotivati, genitori sindacalisti, ragazzi senza alcun freno. Persone sempre più cattive verso chi è debole e diverso.

Abbiamo più paura, più rabbia e più ansia.

Non sappiamo più nemmeno controllare il linguaggio e le azioni.

Non c’è buona politica nell’essere continuamente in propaganda elettorale.

Non esistono visioni per il prossimo futuro.

Siamo allo sbando.

E lo siamo nel paradosso più grande: nel pieno della tecnologia, del benessere diffuso, delle innumerevoli informazioni disponibili.

Abbiamo una macchina a testa. Un armadio stracolmo di roba. Telefoni dai 300 euro in su. Facciamo la doccia due volte al giorno. Non spegniamo la luce. Abusiamo dei termosifoni. E in giro plastica, plastica, plastica.

La nostra monnezza evidenzia la nostra ingordigia.

Ma quello che manca è il tempo. Per pensare. Per studiare. Per viaggiare e conoscere. E soprattutto per stare nella relazione.

A mio parere abbiamo poche scelte.

Una inversione di marcia e anche veloce.

Molte di queste – non tutte – dipendono da ciascuno di noi.

Dalla responsabilità che ciascuno ha nel non voltarsi dall’altra parte davanti a questo caos.

Dalla sensibilità e dalla ragione che ciascun uomo e donna userà nei prossimi anni. A partire da subito!

Ma qualcosa si muove.

A partire dalle parole. Perché il linguaggio è il nostro pensiero e un linguaggio povero ha un pensiero povero.

Per fortuna qualche giovane si sta svegliando e si sta tirando dietro anche quelli un po’ più attempati, insonnoliti e distratti.

E sta iniziando a pretendere quello che il buon Vasco chiamerebbe “un posto migliore.”

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