Qualche estate fa ero seduta su un terrazzino affacciato sul mare. Quell’ora in cui la luce non è più giorno ma non è ancora sera. Un tempo intermedio.
Sospeso.
Non stava succedendo nulla di straordinario. Eppure dentro sentivo una cosa rara: spazio.
Non dovevo rispondere.
Non dovevo difendermi.
Non dovevo spiegarmi.
Solo stare.
Ripenso spesso a quella sensazione quando mi accorgo che sto per reagire troppo in fretta. Perché sì, sono una campionessa olimpionica di impulsività.
Non sempre. Ma in situazioni molto precise.
Quando mi sento ferita.
Quando percepisco un’accusa che mi sembra ingiusta.
Quando riconosco uno schema manipolativo già visto — quelli che il corpo intercetta prima ancora della mente.
C’è un attimo minuscolo, prima della risposta. Un micro-segnale.
La mandibola si irrigidisce.
Il petto si tende.
Un pensiero rapidissimo: “Ecco. Di nuovo.”
Quello è il punto. Il punto in cui potrei fermarmi.
Non perché abbia paura di perdere potere.
Non perché tema di essere di nuovo ferita.
Ma perché, in quel momento, ciò che si attiva davvero è il bisogno di essere riconosciuta per ciò che sono. E quando sento che quell’immagine rischia di essere distorta, parto in difesa.
Una volta quella velocità mi è costata un’amica molto cara.
Non c’è stata una scena plateale. Solo parole dette troppo in fretta, con troppa difesa e troppo poco spazio. Se mi fossi fermata in quel punto, forse sarebbe andata diversamente. Non lo so. So che quel punto non l’ho abitato.
Da allora lo cerco. Per aiutarmi, mi appunto una piccola libellula sul petto. Non è un simbolo romantico. È un promemoria fisico.

Il punto preciso in cui abitare l’attesa..
Quando sento l’allarme, la tocco. E dentro parte una sequenza semplice:
Aspetta.
Prendi tempo.
Respira.
Allontanati un passo.
Trova il lato ironico.
Ridimensiona.
A volte funziona. A volte la finale olimpica inizia lo stesso. Ma la differenza è che ora so che quel punto esiste.
Il punto in cui potrei fermarmi prima di trasformare un confronto in una battaglia.
Prima di difendere un’identità che potrebbe semplicemente essere spiegata. Prima di reagire come se tutto fosse un attacco.
Forse crescere non significa smettere di sentire l’allarme.
Significa riconoscerlo e scegliere cosa farne.
La libellula non mi rende più docile.
Mi ricorda che posso cambiare direzione in aria.
E quel punto — piccolo, fragile, decisivo —
è sempre lì.
Tre domande per te
- Riconosci il momento preciso in cui potresti fermarti, ma non lo fai?
- Cosa ti impedisce di creare anche solo un secondo di spazio?
- Se ti fermassi davvero, cosa potrebbe accadere di diverso?
Se senti che…

…anche tu hai un punto in cui potresti fermarti ma non sai come farlo, possiamo lavorarci insieme. Non per renderti più docile.
Per renderti più libero nelle tue risposte.